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giovedì 6 maggio 2010

L'Anima della Terra - Parte IV (Le Storie Infinite - Parte VII e VIII)

Anna si sentiva completamente fuori luogo. La camera d’ospedale in cui si trovava adesso era diversa da quella cui era abituata. C’era una macchina da scrivere, fogli e fascicoli sparsi praticamente ovunque. L’uomo che la guardava sbigottito era solo. Non c’erano altri pazienti, la camera era molto più piccola rispetto alla sua. Notò però che dalla finestra si intravedeva il mare, per quanto fosse solo un riflesso distante. Ripensò agli ultimi giorni dell’estate, agli amici e alle nottate trascorse sulla spiaggia. Le tornarono in mente i momenti felici legati alla sua casa, alla sua famiglia e a tutto il suo piccolo, immenso mondo, in cui amava sprofondare nei momenti più tristi della sua vita. Come quello che stava vivendo ora. Soprappensiero, si avvicinò alla finestra e, osservando il sole che moriva in lontananza, ricordò dove aveva visto quell’uomo, che i medici le avevano indicato essere un investigatore. Si voltò di scatto ed i suoi occhi incrociarono quelli di Arthur. La sua espressione non era cambiata, un misto tra felicità e stupore. Anna non seppe come interpretare quello sguardo. Le parve di guardare negli occhi suo padre, nei suoi rari momenti di felicità. Fu scossa da un brivido, ma lo nascose attentamente all’uomo. Non voleva mostrarsi debole nei suoi confronti. Si schiarì la voce e prese la parola.

"I medici mi hanno detto che volevate parlarmi…", disse, con un tono di voce volutamente basso.
"E’ così infatti.", ribatté Arthur, mantenendo a sua volta un tono di voce calmo e deciso.
"Dunque, eccomi qui!", sorrise lei. Era ancora scossa dall’incontro con suo padre la notte precedente, ma aveva paura di essere giudicata pazza da quell’uomo. E la cosa la turbava.
Arthur sorrise a sua volta e riprese a parlare:
"Probabilmente avrai pensato che volessero farti delle domande su quanto accaduto quando ci siamo incontrati…". Fece una breve pausa, cercando di carpire le sensazioni della ragazza. Lei annuì quasi inconsciamente. "Non è così". Arthur spostò lo sguardo dai profondi occhi castani della ragazza per guardare il tramonto dalla finestra. "Ti sembrerà strano, ma volevo solo sapere come stai". La sua voce assunse un tono più malinconico.

Anna rimase sorpresa, pensò in un primo momento che quella fosse solo una normale procedura di routine per spezzare la tensione che poteva esserci tra loro. Dovette però ammettere di trovarsi già perfettamente a proprio agio, e l’espressione dell’uomo le trasmise la stessa certezza. Voleva davvero sapere solo questo. Anna arrossì lievemente, si sentiva colpevole di quello che aveva pensato. Rispose frettolosamente, sperando che lui non notasse il suo imbarazzo.

"Sto bene. I medici dicono che sarò libera di tornare a casa domani". “Ma tu non hai più una casa, Anna”, pensò lei. Si sentì stupida per quello che aveva appena detto.
"Bene, ne sono lieto". Arthur si sentì più rilassato, posò i fogli che stava leggendo sul comodino a fianco al letto e riprese a parlare. "Probabilmente nei prossimi giorni molti dei miei colleghi ti riempiranno di domande riguardo quello che è successo. Sono sicuro che tu sia giunta alla mia stessa conclusione, cioè che nessuno crederà mai alla verità". Fece una pausa. "Io stesso ho mentito al capitano, dicendo che la casa sembra essere crollata sulle sue fondamenta… una cosa poco credibile, ma non sono riuscito a trovare niente di meglio… semmai dovessero chiedertelo, conferma questa teoria, eviterai molti problemi in questo modo". Arthur sorrise lievemente. "Per il resto, quando lo vorrai, puoi parlare sempre con me liberamente di quanto è accaduto. No, nessuno dei due è impazzito. Le mie ferite ne sono la prova evidente". Anna guardò per la prima volta le condizioni dell’uomo. Oltre a quelle che lei aveva provveduto a cauterizzare, come le aveva insegnato sua madre, sembrava che l’uomo avesse qualche costola rotta. Anna guardò istintivamente il suo corpo. Completamente intatto. Solo un paio di graffi ed un cerotto. Si sentì in colpa, ma non ebbe modo di soffermarsi su questo poiché l’uomo stava parlando nuovamente.

"Ho saputo che hai incontrato tuo padre. Sono felice di sapere che hai qualcuno in questo momento". Sorrise. I loro sguardi si incrociarono nuovamente. Anna avrebbe voluto ribattere, facendogli notare come suo padre non avesse alcuna intenzione di aiutarla, come l’unica sua preoccupazione era di mandare sua figlia all’estero in modo da togliersela dalle scatole. Ma sentiva che tali affermazioni avrebbero causato ulteriore tristezza nell’uomo che aveva di fronte.
"Certo, è una grande fortuna", disse lei. Arthur colse un sottile velo di ironia in quella frase, ma lasciò correre. Prese uno dei fogli di carta bianchi che aveva sulla scrivania, impugnò la penna e scrisse qualcosa. Strappò il foglio e lo porse alla ragazza.
"Nel caso tu abbia bisogno anche solo di parlare un po’…". Anna era confusa, prese il pezzo di carta e lesse: “Arthur Wils. Allora è questo il suo nome”. Guardò di nuovo l’uomo e sorrise. "E’ bello sapere di non essere completamente impazzita… non ancora, almeno. Ho molte cose da chiedere riguardo l’altra notte… ma non me la sento di farlo ora… mi dispiace".
Arthur sorrise a sua volta. "Non preoccuparti di quanto è successo… scoprirò cosa è accaduto realmente, non permetterò che accada nuovamente qualcosa di simile…". Il suo sguardo si spostò verso la pistola, chiusa accuratamente nel suo fodero. Anna lo seguì con lo sguardo e trasalì, ripensando al tocco freddo dell’arma, al dolore che provava, alla follia che premeva contro le fragili mura della sua mente. Si voltò di scatto.
"Adesso sarà meglio che vada", disse frettolosamente. Arthur la guardò, come se cercasse di leggerle nella mente.
"E’ tardi, un po’ di sonno non farà male… ad entrambi". La ragazza intanto era già arrivata alla porta. Quando la aprì fu pervasa da un incessante senso di colpa. Si voltò indietro. Arthur sembrava piccolo e indifeso in quel letto. Ricordava come avesse cercato di proteggerla, mettendo a rischio la propria vita. Lo guardò per qualche secondo.
"Grazie". Sorrise. Non riusciva a dire altro. Lasciò che la porta si chiudesse dietro di lei e si incamminò lentamente verso la sua stanza.

Arthur guardò la porta chiudersi e si domandò cosa avrebbe fatto la ragazza adesso. Probabilmente l’avrebbe rivista solo in seguito a sviluppi nell’indagine che potessero interessarle, ma era rimasto sollevato dal vederla in salute. Il vuoto dei suoi occhi era sparito, ora sostituito da una, seppur flebile, speranza. Era tutto ciò che Arthur avesse mai sperato di trovare in lei in questo incontro. Riprese i suoi fascicoli, tornò ad analizzare i rapporti per trovare qualche punto in comune, qualche indizio per iniziare le proprie ricerche.

Anna rientrò nella propria stanza, facendo attenzione a non fare rumore per non svegliare gli altri pazienti. Si infilò nel letto e guardò la notte buia sopra di lei. Ripose il pezzo di carta che le aveva dato l’uomo in un cassetto e ripensò, suo malgrado, a quando si era resa conto di aver perso l’unica cosa veramente importante di tutta la sua vita. Pianse. Silenziosamente, consapevole di non poter tornare più indietro. Consapevole di dover accettare quanto accaduto. Consapevole, adesso, di essere completamente sola al mondo.

Nessuno dei due dormì quella notte, entrambi trascinati nel vortice delle rispettive sensazioni. La notte era più calda del solito, il cielo terso faceva presagire un sole caldo anche per il giorno successivo. Anna vide una stella cadente, ma non riuscì a pensare ad un desiderio realizzabile. Aveva in mente solo sua madre. Si rannicchiò su se stessa, come se cercasse di mantenere stretto a sé il suo corpo, come se avesse paura che potesse sfuggirle anche quello. Non vide l’astro, nero come la notte, cadere in mare aperto. Non sentì il rumore emesso dall’impatto, troppo distante.

La creatura aprì gli occhi. Erano neri, come la notte in cui aveva deciso di giungere su quella parte della Terra. Il suo corpo era ferito, bruciato e danneggiato in più punti. Sentiva il mondo pulsare intorno a lei, un’appendice indesiderata. Avrebbe avuto bisogno di qualche giorno per riprendere piena funzionalità. Avrebbe quindi avuto solo poche ore per portare a termine la sua missione. Non poteva fallire. Non era stupida, aveva a disposizione più del tempo necessario a preparare una trappola per catturare la sua preda. Sogghignando, le sue fauci aguzze come coltelli scintillarono nell’oscurità delle profondità marine in cui si trovava. L’eccessiva foga generata dal suo desiderio di portare a termine la propria missione fece sussultare la Terra stessa.

L’alba. La Terra compiva ancora una volta il suo ciclo millenario. Il sole illuminava la stanza in cui si trovava Anna. Non era riuscita a chiudere occhio durante la notte precedente. Poiché si rendeva conto di non riuscire a dormire, aveva deciso di prepararsi per lasciare l’ospedale il giorno stesso. Suo padre le aveva lasciato del denaro, tra i suoi effetti personali. Probabilmente ora si trovava in volo da qualche parte. Ripensando a lui, Anna si pentì di essersi comportata in una maniera così fredda. In fondo, suo padre aveva sempre dimostrato quel modo di reagire di fronte alle avversità. Era sempre stato l’unico della famiglia ad avere i piedi ben piantati a terra, ma questo non significava che non soffriva. Probabilmente nella situazione attuale le sue ferite erano ben più profonde e radicate. Si ripromise di chiamarlo, una volta trovata una sistemazione. Raccattò in fretta la piccola borsa con i vestiti che era riuscita a recuperare ed il resto dei suoi effetti personali. Il cannocchiale in miniatura che le era stato regalato dalla sua migliore amica, il portachiavi cui erano ancora attaccate delle chiavi ormai inutili e… Anna guardò attentamente la pietra nera sul fondo della scatola. L’aveva già vista da qualche parte, ma non riuscì a ricordare dove. Era nera come l’ebano, aveva degli splendidi riflessi violacei lungo la superficie ben levigata. Di sicuro si trattava di una pietra levigata, data la sua forma. Era un decaedro con tutte le estremità molto appuntite. Anna rigirò più volte la pietra tra le sue dita, domandandosi da dove fosse arrivata. Sembrava essere preziosa, ma non ci avrebbe giurato. Non ricordava di averla mai vista prima, ma le sembrava familiare al contempo. Lasciando un sottile strato di nebbia tra i suoi pensieri, Anna infilò rapidamente l’oggetto in una tasca e se ne dimenticò.

Alle 4:05 di oggi 27 Agosto si è verificata una forte scossa di terremoto che ha colpito la zona costiera del Paese. La magnitudo dell’evento è stata stimata pari a 6.5 Richter, un valore che comporta effetti fino all’VIII grado della scala Mercalli. L’epicentro è stato identificato ad una distanza di circa 200 km dal punto più vicino. La scossa è stata seguita da brevi repliche, la più forte delle quali è avvenuta alle 6:21 ed ha avuto magnitudo 3.9.
“Strano non aver sentito nulla qui”, pensò Arthur, spegnendo la radio. Disastri navali, mostri, terremoti… che la fine del mondo fosse vicina? Sembrava non esserci pace in quella piccola città negli ultimi giorni. Chissà a questo punto in che condizioni si trovava New York… o Roma… che le grandi città fossero già ridotte in cenere?
Sforzandosi di sorridere, mise da parte i suoi appunti ed iniziò a massaggiarsi le tempie, cosa che lo aiutava a riflettere. Certo, con un buon sigaro sarebbe stato tutto molto più facile.
Incidente marittimo, avvenuto poco più di una settimana fa. 15 morti, numero imprecisato di feriti. Morti a causa di un arresto cardiaco, successivamente dilaniati, come da artigli. Ritrovati frammenti metallici sui loro corpi, le analisi non avevano ancora dato risultati sulle leghe di cui tale metallo era composto, quindi non si poteva essere certi di cosa fosse realmente. Probabilmente frammenti dello scafo generati dall’esplosione. Esplosione di cui, però, non vi erano tracce evidenti. Sembrava piuttosto che qualcosa fosse entrato in collisione direttamente con la barca, trapassandola da parte a parte. Come se una lancia l’avesse trapassata. “Ma non sono state trovate tracce di lance in fondo al mare, Arthur…”, si disse ironico. I danni dello scafo facevano presupporre che le cause della caduta del ponte e dello scafo fossero coincidenti. Meglio così, un pensiero in meno. Si fermò a riflettere su ciò che aveva.
“Cosa può far morire 15 persone sul colpo, ferirne il doppio, abbattere una nave e non lasciare tracce?”. Istintivamente Arthur ripensò alla Creatura che voleva così ardentemente le sue costole. “Eppure di donne il mondo è pieno…”. Sicuramente c’era un legame tra le due cose, ma gli sfuggiva. Avrebbe compreso se le morti per infarto fossero una o due. Quella Creatura era brutta, d’accordo. Ma non al punto da far morire chiunque la vedesse. Guardò la pila interminabile di documenti piegata minacciosamente su di lui. “Forse è vero che l’inferno è generato dalle nostre più profonde paure… se è così allora sono morto anch’io…”. Almeno in quest’inferno la ragazza era salva. La Creatura sembrava essere interessata proprio a lei. Non le aveva fatto neanche un graffio. Forse il suo scopo era di rapirla, portarla in qualche altro luogo… e poi? Dov’era finita? Cercò di sforzarsi, di ricordare qualche dettaglio in più, ma le sue condizioni nel momento in cui la creatura spariva lo avevano completamente isolato dal mondo. Ricordò solo un fascio di luce, intenso. Nient’altro. Luce bianca, molto forte.
Riprese a sfogliare i fascicoli accumulati tutto intorno a lui. John Cooper. Pilota dell’Aviazione Militare. Interessante. Magari lui avrebbe potuto avere accesso a maggiori dettagli sulla faccenda. Era ora di fare due chiacchiere con il padre di Anna.
Arthur Guardò istintivamente le fasciature su tutto il suo corpo.
Beh, magari tra un paio di giorni…
Un rumore secco e ripetuto distolse la sua attenzione.

"Avanti" disse, e la porta si aprì.
Anna indossava un paio di jeans ed una T-shirt nera. I lunghi capelli corvini scendevano lungo le spalle, la sua espressione triste la caratterizzava come la luce di un faro in una notte di tempesta. Arthur si voltò verso di lei e le sorrise. Lei sorrise di rimando ed entrò nella stanza.
"Sto andando via, volevo passare a salutare". La sua voce era molto più tranquilla rispetto la sera prima. Arthur notò con piacere questo dettaglio.
"Mi fa piacere che tu possa uscire da questo mortorio. Ti invidio un po’ per questo", disse ironicamente lui.
Anna sorrise. Non era ancora riuscita a capire che tipo di persona fosse questo Arthur Wils… ma sembrava simpatico.
"Volevo anche ringraziarla per quello che ha fatto". I suoi occhi guardarono rapidamente il corpo acciaccato dell’uomo. "Se sono qui, lo devo solo a lei."
Arthur sorrise ancora una volta. "Un poliziotto ti avrebbe detto qualche baggianata del tipo “è il mio lavoro”… personalmente credo di aver fatto la cosa più giusta. Non importa quanto tempo ci vorrà per guarire. Se tu stai bene". I loro sguardi si incrociarono.
"Sto bene, davvero". Gli sorrise. "Volevo lasciarle questo, prima di andare via". Anna frugò in una delle sue tasche e ne estrasse un foglio di carta stropicciato su cui qualcuno aveva scritto con un pennarello sbiadito. Anna pose il foglio ad Arthur e si avviò verso la porta. "Grazie ancora di tutto, signor Wils…"
"Puoi chiamarmi Arthur, se vuoi"
Anna si voltò ancora verso di lui sorridendo, poi uscì rapidamente.

Arthur osservò più attentamente quel pezzo di carta che aveva tra le mani. “Anna Cooper. E questo è un numero di telefono.”. Rifletté per qualche istante, poi ripose il foglio stropicciato in una piccola agendina nera. “Meglio non pensarci ora. Almeno finché non sarò uscito da…”. Non riuscì a formulare il suo pensiero, poiché l’ennesimo infermiere irruppe molto confusamente nella stanza, borbottando qualcosa su farmaci dai nomi sconosciuti. “Meglio rimandare questi pensieri a momenti meno… occupati”, pensò.

La Creatura maledisse se stessa. Aveva rischiato di far scoprire la sua esistenza a dei volgari esseri umani. Non riusciva a trattenere il proprio potere, era frustrante. Capì come doveva essersi sentito il suo predecessore ed intuì la strada che l’aveva portato alla follia. Non sarebbe caduta nello stesso tranello. Le sue ferite si rigeneravano lentamente. Troppo lentamente. Era ansiosa di portare a termine il proprio compito, ansiosa di abbandonare quel posto. Doveva spostarsi, prima che la Terra la rigurgitasse. Il suo obiettivo diventava sempre più vicino. Poteva sentirne l’odore, poteva percepirne il movimento… ma non poteva raggiungerlo. Non ancora. Si sforzò di volgere altrove il suo pensiero, in modo da non incorrere nella follia. Ripensò al proprio pianeta, alle proprie origini, al proprio addestramento. Ripensò alla sua Signora. La stava osservando, in quel momento. Lo sapeva. Non l’avrebbe delusa. La Terra fremeva nuovamente, la Creatura si spostò ancora una volta. Accadeva con una frequenza sempre maggiore. Probabilmente la sua presenza era stata già rilevata. Maledisse ancora una volta la propria inettitudine e si spostò lentamente verso una roccia isolata sul fondo del mare. Non avrebbe fallito. Non poteva fallire.

lunedì 3 maggio 2010

L'Anima della Terra - Parte III (Le Storie Infinite - Parte V e VI)

Disastro Sulla Costa. Il giornale non dava mai buone notizie. Durante la notte una nave da crociera ha subito un’anomalia ai motori. 12 morti, 75 feriti. “Che bel modo per iniziare la giornata”, pensò Arthur. La notte precedente era stato assalito da incubi misti a ricordi. Creature come quella in cui si era imbattuto la notte precedente, lo minacciavano ed uccidevano tutte le persone a lui care. “Peccato che in realtà siano già tutte morte”. Posò il giornale sul comodino a fianco al suo letto. Non era in grado di alzarsi. Guardò fuori. Era una bella giornata. Il sole era caldo ed il vento mite. L’autunno sembrava ancora lontano. Ripensò alla ragazza. Dove si trovava in questo momento? Avrebbe voluto alzarsi ed andare a cercarla, ma sapeva di non poter mettere ulteriormente sotto sforzo il proprio corpo. “Stai invecchiando!”. Si sforzò di sorridere. Tornò a guardare dalla finestra, ripensando al rapido susseguirsi degli eventi. Avrebbe scoperto cosa stava accadendo. Non aveva molto tempo. Avrebbe fatto il possibile nella sua condizione. Chiamò un infermiere e si fece portare una serie di fascicoli dalla centrale. Sapeva che William non avrebbe creato problemi. Finché non ne avesse creato uno lui. Decise di partire da dove aveva interrotto le sue ricerche. I disastri navali sembravano un buon punto da cui iniziare. In fondo i suoi problemi in questa faccenda erano iniziati proprio con il primo di questi disastri. Non era ancora venuto a capo delle autopsie. Pensò alla creatura e si domandò se potesse essere coinvolta. Indubbiamente sarebbe stata capace di creare quel genere di danno. Rimaneva da capirne il motivo. Da dove veniva un mostro simile? Perché aveva attaccato un peschereccio, ammesso che fosse stata opera sua? Che legame aveva con quella ragazza e la sua famiglia? Queste e molte altre domande urlavano nella sua testa in cerca di una risposta. Le ferite gli causavano brevi ma intense fitte di dolore che contribuivano a calare il suo livello di concentrazione. L’unica consolazione di quella giornata sembrava essere proprio quel sole caldo.

Anna riaprì gli occhi. Non sapeva da quanto tempo si era addormentata. Aveva perso ogni cognizione di tempo. Il sole era alto e caldo. Guardò i propri abiti laceri. Aveva bisogno di cambiarsi. Le ritornò in mente l’accaduto della notte precedente e scoppiò in lacrime. Notò solo allora l’uomo che si trovava al suo fianco. Era una persona malandata, un barbone probabilmente. Aveva una ciotola ai suoi piedi con alcune monete. Sembrava molto triste. I suoi occhi erano di un azzurro molto intenso. Anna si ritrovò a fissare il suo sguardo per un tempo che le parve interminabile. Quando si rese conto di quello che stava facendo, imbarazzata, tirò fuori di una tasca una moneta e la aggiunse al mucchietto. Si asciugò le lacrime ed iniziò a camminare, senza una meta precisa. Dov’era suo padre? Barcollò e sentì il proprio corpo indebolito. Doveva mangiare qualcosa, nonostante la sua mente avesse problemi più grandi da affrontare. Non ricordava esattamente cosa era successo la notte prima. Cercò di rimettere insieme i frammenti della sua memoria ma non vi riuscì. Era tutto ancora troppo confuso. Ricordava solo la casa distrutta, poi sua madre…
Il ricordo le portò nuove lacrime. Non riusciva a credere di aver visto il corpo di sua madre sotto le macerie. Voleva convincersi che fosse soltanto svenuta. Se così era, probabilmente era ancora in vita…
Anna sobbalzò ed iniziò a correre. Doveva tornare a casa. Sua madre poteva aver bisogno di lei.
Corse a perdifiato, più volte fu sul punto di perdere i sensi. Il sole era alto e sempre più caldo. Anna tentò di ignorare la fatica ma, suo malgrado, dovette fermarsi più volte per riprendere fiato. Quando arrivò sulla strada che l’avrebbe condotta a casa, poco fuori città, il suo corpo era distrutto dalla fatica. Inciampò e cadde più volte lungo la strada. Si ferì al braccio ed alla testa ma si impose di continuare a camminare. Era arrivata ormai. Presto avrebbe aiutato sua madre ad uscire dalle macerie e se ne sarebbero andate, insieme. Cadde ancora una volta. Non riuscì più a rialzarsi. Continuò strisciando verso quello che rimaneva della sua casa. C’erano delle persone lì intorno. Non riusciva a distinguerle. Le parve di intravedere suo padre tra loro. L’avevano notata. Ben presto furono su di lei, parlavano tutti velocemente e lei non riuscì a capire cosa dicevano. Voleva vedere solo sua madre. C’era anche lei tra quelle persone? Chiuse gli occhi prima di avere una risposta.

"Signor Wils, c’è una visita per lei". L’infermiera di turno aprì la porta della sua stanza e lasciò entrare un uomo tozzo in preda alla calvizie.
"Benvenuto, William"
"Arthur…", William Grey lo salutò con un cenno del capo ed iniziò a torturare un sigaro.
"Qualcosa non va, William?". Arthur non poté fare a meno di notare la sua irrequietezza.
"Beh… oh al diavolo! Sono venuto a dirti che abbiamo trovato la ragazza che stavi cercando", disse in fretta.
Arthur sentì un tuffo al cuore.
"Come sta? Dov’è adesso?". La sua voce tradì la sua apparente calma.
"Proprio qui. In questo ospedale. L’abbiamo trovata questa mattina nei pressi della sua abitazione. Era sconvolta e ferita.".
Arthur scrutò il capitano molto attentamente, aspettando una reazione.
"Arthur… so che non vuoi parlarne… ma la faccenda si sta complicando. Cos’è successo in quella casa, ieri notte?". Il capitano evitò lo sguardo del suo subordinato, mostrando la sua mancanza di coraggio.
"Te l’ho già detto cosa è successo, William". Arthur non era disposto a cedere.
"Oh andiamo, Arthur!". Il capitano si voltò verso di lui. "Sappiamo entrambi che le fondamenta di quella casa erano stabili quanto la terra stessa! Cos’è successo realmente?"
Arthur inspirò profondamente. Sapeva che sarebbe accaduto. Ora doveva solo cercare le parole più adatte.
Attribuì la distruzione della casa ad una bomba. Cercò di far passare l’accaduto per un attacco terroristico o mafioso. Non aveva intenzione di cedere fino in fondo. Sapeva che se avesse parlato della creatura al capitano sarebbe finito in un manicomio.
"Probabilmente proprio chi ha causato questo" ed indicò il fascicolo che stava leggendo "ha voluto farmi capire che c’è qualcosa di grosso e che farei meglio a starne alla larga". Arthur finse un sorriso. Il peggiore della sua vita, probabilmente.
L’espressione del capitano Grey divenne cupa ed enigmatica. Arthur non era sicuro di essere riuscito a convincerlo, ma non poteva fare di più.
Il capitano ruppe il silenzio per primo.
"Cosa hai intenzione di fare adesso?"
"Continuerò le indagini, mi sembra ovvio…"
"Capisco… c’è altro che ti serve?". L’espressione del capitano era cambiata. Sembrava seccato dall’atteggiamento del suo subordinato.
"Solo una cosa… quando sarà possibile, vorrei interrogare la ragazza riguardo gli avvenimenti della notte scorsa".
Il capitano annuì. "Nient’altro?"
"Per ora no… ho tutto quello che mi serve". Arthur si pentì quasi subito di tale freddezza. "Grazie", aggiunse.
William si sforzò di sorridere, senza tentare in alcun modo di nascondere il proprio dissenso. Arthur era consapevole di stare navigando in acque alquanto agitate e non sapeva quanto a lungo avrebbe potuto continuare con queste menzogne.
Il capitano annuì e si diresse verso la porta.
"Cerca di rimetterti in fretta, Arthur".
"So bene che senza di me la baracca non va avanti, William".
Il capitano sorrise. "Tienimi informato se scopri qualcosa. Stando a quanto dicono i medici, la ragazza dovrebbe rimettersi in un paio di giorni al massimo".
"Grazie ancora, William… sul serio".
Il capitano uscì dalla stanza senza dire altro.
Arthur lo seguì con lo sguardo. Quando fu di nuovo solo nella stanza, riprese il fascicolo e tornò ad analizzare gli eventi. Si sentì molto sollevato nel sapere che la ragazza si trovava al sicuro in ospedale. Solo per un attimo lo sfiorò il pensiero che quella creatura poteva essere ancora in circolazione. Se avesse voluto attaccare, però, lo avrebbe già fatto. Il pensiero però non lo faceva rimanere tranquillo. Restò sveglio fino a notte fonda. Non riuscì a venire a capo di nulla. Mancava ancora un nesso tra la creatura e la famiglia Cooper. Dalle autopsie e dai rapporti della scientifica, inoltre, non risultava alcun segno di quella creatura. Non aveva fatto progressi per tutto il giorno. Le ferite ed il mal di testa gli consigliarono di prendersi una pausa. “Solo qualche minuto”, si disse. Chiuse gli occhi e sprofondò in un sonno senza sogni.

Il sole era solo una pallida sfera alta nel cielo. Non sembrava emanare calore. Anna guardò il cielo terso per qualche istante. Inspirò profondamente e tornò a guardare di fronte a sé. Il profumo dell’erba umida e lo scrosciare dell’acqua nel ruscello alle sue spalle la inondarono di una gioia forte ed innocente. I suoi genitori la stavano chiamando. Corse rapidamente verso di loro, sorridendo come non ricordava di aver fatto prima d’ora. La loro presenza la rendeva felice. Non credeva che sarebbe potuto tornare quel momento. Senza rendersene conto, la notte era calata su di loro. Si trovavano nella loro casa sul mare. Il tempo era mite, gli animali notturni intonavano una morbida melodia. Il suo viaggio sembrava lontano, forse non sarebbe mai partita. Sarebbe voluta rimanere in quell’ambiente ovattato per l’eternità. Qualcosa non andava. Era tutto troppo perfetto. Improvvisamente, un rombo proveniente dall’esterno. Un lampo, poi il buio. Due occhi iniettati di sangue la scrutavano nell’oscurità. Anna riaprì gli occhi, madida di sudore. Dov’era?
Riconobbe le pareti grigie ed il letto rialzato. Capì di non trovarsi in casa. Si guardò intorno e vide altri letti come il suo, non era sola in quella stanza. Cercò di focalizzare la propria attenzione sugli ultimi momenti di lucidità. Ricordò gli occhi azzurri ed il colore scuro della pelle dell’uomo che si trovava al suo fianco l’ultima volta che aveva perso conoscenza. Ricordò poi la corsa verso casa, le persone lì fuori…
Nient’altro.
Fece mente locale e realizzò di trovarsi in una stanza d’ospedale. Probabilmente era svenuta. Osservò le ferite che le erano state medicate con cura e la vestaglia bianca che indossava. Non sentiva più quel senso di sporcizia che l’aveva accompagnata la notte precedente. Si sentiva molto debole, scoprì di non riuscire a muoversi liberamente e si costrinse a rimanere a letto. Spostò la testa di lato e guardò fuori della finestra. Era notte, la luna era l’unica cosa visibile dalla città. Le mancavano le sue stelle, le notti passate ad osservare gli astri, i sogni. Si costrinse a non piangere ripensando a quello che era accaduto. Costrinse il proprio corpo a rilassarsi, non avrebbe comunque potuto far nulla in quel momento. La stanchezza e la spossatezza erano tali da esaudire il suo volere. Si sentì chiamare da una voce familiare e riaprì immediatamente gli occhi. Un uomo di mezza età, in uniforme, capelli brizzolati, corti, berretto ed una postura che avrebbe fatto invidia ad una colonna. Anna riconobbe immediatamente suo padre. La sua espressione era sempre la stessa, immutata. La cosa l’aveva sempre resa isterica. Aveva l’impressione che il mondo sarebbe potuto crollare, ma suo padre sarebbe rimasto in piedi. Lo guardò a lungo ed aspettò che fosse lui ad iniziare la conversazione.
"Come stai, bambina mia?", abbozzò un sorriso.
"Ora sto meglio…". Attese alcuni secondi prima di continuare. Non era sicura di voler conoscere la risposta alla sua domanda. Ma si rese ben presto conto di non poter fare altrimenti. "Dov’è la mamma?". La sua voce tradì la propria angoscia.
John Cooper non aveva mai versato una lacrima. E non era questo il momento per farlo. Anna avrebbe voluto picchiarlo, se solo ne avesse avuto la forza.
"La mamma è morta, Anna". La sua voce era sempre fredda e distaccata. Anna pensò per un istante che suo padre fosse fatto di ferro.
"Sia i medici che la polizia non sanno quale sia stata la causa effettiva della sua morte. Io stesso speravo che tu potessi dirmi qualcosa in più di quella notte…". Fece una breve pausa.
"So come ti senti, Anna. So quanto Catherina ti fosse vicina e quanto tu ci tenessi a lei. Mi rendo conto di non essere stato un buon padre, soprattutto a causa del mio lavoro. So che mi odierai per la mia assenza negli ultimi anni. Ma ora dobbiamo pensare a te, al tuo futuro. Guardami, Anna, e non piangere", disse asciugandole le lacrime dal volto.
"Devi essere forte. Devi riuscire a superare questo momento. Io ti darò tutto l’aiuto di cui avrai bisogno. Ti starò vicino. Avrai tutto ciò che reputi opportuno. Ma non perdere mai di vista i tuoi ideali… devi diventare ancora più forte… devi riuscire a portare a termine quello che avevi cominciato. So che vorresti evitarlo, ma ti consiglio di prendere seriamente l’idea di partire e continuare gli studi all’estero. Prendi tutto il tempo di cui hai bisogno. Quando ti sentirai pronta, però, ricordati chi sei, sii orgogliosa di te stessa, sempre a testa alta". Concluso il suo discorso, la abbracciò goffamente per poi alzarsi in piedi. Anna lo guardò come si guarda una marionetta durante una rappresentazione. Non riusciva a credere alle proprie orecchie. Smise di piangere, notando il senso di compiacimento nello sguardo del padre. Non gli avrebbe mai più dato la soddisfazione di osservarla in un momento difficile della propria vita. Lui vedeva solo quello che voleva, per lui tutto andava bene…
"Possibile che non te ne freghi proprio niente che la mamma sia morta?!" urlò all’improvviso. Non riuscì a controllarsi ulteriormente. Notò l’imbarazzo del padre nei confronti dei presenti, provando una sorta di macabro piacere nel veder crollare la maschera di ferro che lo avvinghiava.
"L’unica cosa che riesci a dirmi è di essere forte, tanto ormai lei è morta e non possiamo farci niente?" la sua voce tremava e permeava tutta la stanza. Nessuno dei presenti proferì una parola nei minuti successivi.
"Anna… non è il caso di…"
"Vattene via! Non voglio più vederti!" Anna osservò lo sguardo sbigottito del padre.
"FUORI!"
Non se lo fece ripetere. Se l’aspettava. Suo padre odiava queste manifestazioni troppo violente nei suoi confronti. Uscì rapidamente dalla stanza, senza voltarsi indietro nemmeno una volta.
Anna si asciugò le lacrime e guardò i presenti. Facce compassionevoli, sguardi tristi e malinconici che volevano consolarla in qualche modo, senza sapere come…
"Cosa avete da guardare?" sbottò lei alla vista di quella scena patetica.
Tutti si voltarono e tornarono immediatamente alle loro faccende personali. Anna li guardò uno ad uno. Non sapevano nulla di lei…
Si voltò di nuovo verso la finestra, stavolta guardando il sole che illuminava la grigia città. Affogando nel suo guanciale, pianse per un tempo che le parve infinito.

Arthur Wils mangiò a malincuore il cibo della mensa ospedaliera. Gli mancavano gli hot dog stracolmi di salse di tutti i tipi a cui era ormai abituato. Ne avrebbe pagato uno a peso d’oro pur di sostituirlo con quella schifezza. Quella notte non era riuscito a chiudere occhio. Aveva ancora in mente l’immagine della ragazza, Anna Cooper, pochi istanti dopo la tragedia. Il suo sonno era stato tormentato e vuoto. La testa gli doleva ed aveva fitte di dolore dovute alle ferite. Era venuto a conoscenza di tutti gli eventi da quella notte in poi, dalla morte di Catherina Cooper fino al ritrovamento della ragazza in stato confusionale. I medici gli avevano riferito che ora la ragazza stava bene ed era in compagnia del padre. Una notizia che gli portò un lieve senso di sollievo. Almeno non era sola in questo momento. I medici erano propensi a concedere un incontro, date le condizioni stabili di entrambi. Arthur, notevolmente tranquillizzato dalla situazione, riprese ad analizzare i rapporti dell’incidente marittimo da cui era partita la sua indagine. Era sicuro che fosse in qualche modo legato alla vicenda ai confini della realtà che aveva vissuto. Non si rese conto dello scorrere del tempo. Il sole era quasi tramontato quando il medico bussò alla porta della sua stanza.
"Avanti" esordì Arthur, pensando a quale medicinale gli volessero rifilare questa volta.
Un infermiere dall’apparenza molto giovane aprì la porta. Dietro di lui si faceva lentamente strada una giovane ragazza. Indossava un camice bianco e delle scarpe dello stesso colore. Arthur trasalì riconoscendo la sua espressione colma di tristezza.

venerdì 30 aprile 2010

L'Anima della Terra - Parte II (Le Storie Infinite - Parte III e IV)

Le ali nere avvolgevano la creatura. Il rigetto da parte della Terra era troppo forte per essere ignorato. Doveva spostarsi. Immediatamente.
Rantolando, la vista ancora annebbiata, strisciò lentamente lungo la roccia, artigliando le pareti in modo da fornire al resto del corpo una spinta sufficiente. La luce del sole la investì in pieno e gli occhi furono sottoposti ad uno sforzo mai provato prima. Cercando di proteggere il proprio corpo dalla luce e dal calore, scavò rapidamente la sabbia di fronte a lei, trovandovi un riparo. Doveva attendere ancora. Il desiderio di uscire allo scoperto e dilaniare la propria vittima era irrefrenabile, la creatura schiumava al solo pensiero. Si costrinse ad aspettare. Aveva ripreso una mobilità decente, ma i sensi erano ancora intorpiditi a causa del lungo viaggio. Avrebbe portato a termine la propria missione entro quella notte. Mancavano poche ore. Il tramonto l’avrebbe condotta alla vittoria. Pregustando il sapore del sangue della propria vittima, si concesse un sonno tormentato dal delirio della follia.

La morte dei pescatori non sembrava essere causata dalle ferite, per quanto queste erano profonde. Tutti i deceduti presentavano segni di un arresto cardiaco. In seguito i loro corpi erano stati dilaniati.
“Uno scenario da film” pensò l’ispettore Wils rileggendo il rapporto delle autopsie. Cosa poteva aver causato un arresto cardiaco a dieci marinai? Tutti nell’arco di pochi secondi. Tutti i marinai soffrivano di cuore? Era un’idea ridicola. Tuttavia, non c’era dubbio sulla causa della morte. Arresto cardiaco. Rilesse più volte il rapporto, cercando qualche scappatoia, qualche dettaglio che poteva rivelargli cosa fosse accaduto. Soprappensiero, accese un’altra sigaretta quando bussarono alla porta del suo ufficio.
"Avanti".
Un ragazzo giovane in uniforme entrò rapidamente nella piccola stanza e lasciò un fascicolo sulla scrivania.
"I risultati della scientifica", disse. Scivolò indietro sui propri passi, salutò il suo superiore e richiuse la porta.
Arthur non capiva perché i giovani avessero così tanta paura di lui. Doveva avere un aspetto davvero orribile. Sospirò, pensando di avere dei problemi più gravi da affrontare in quel momento, ed iniziò a leggere il nuovo rapporto che minacciava di farlo restare sveglio per tutta la notte.

Anna aveva appena finito di parlare al telefono con un’amica in preda ad una crisi di nervi quando qualcuno bussò alla porta. La casa era ancora sottosopra, c’erano da rifare i letti e la cucina aveva bisogno di una pulita… “i guai non vengono mai da soli” pensò. Quando aprì la porta, non c’era nessuno. Pensando ad uno scherzo di cattivo gusto, in un primo momento non notò la lettera. Portava il suo nome ma nessun mittente. Incuriosita, si affrettò ad aprirla. Conteneva una piccola pietra nera, dai contorni non lavorati. Se non fosse stato per l’intensità innaturale di quel nero, avrebbe potuto scambiarla per una pietra qualsiasi.
Nient’altro. Perché qualcuno le aveva inviato una cosa simile? Non riusciva ad immaginare di chi poteva essere quella strana idea. Guardò per qualche istante la pietra, come se potesse parlarle e darle le risposte che cercava. Dopo qualche attimo, resasi conto di sperare in qualcosa di ridicolo, ripose la pietra in una tasca e se ne dimenticò. Dopo qualche minuto, Catherina tornò a casa ed aiutò la figlia con le faccende. Il sole stava ormai tramontando ed Anna era troppo indaffarata per sentire la lieve melodia che proveniva dal mare.

La creatura aprì gli occhi. Avvolta dalle tenebre, sgusciò dal proprio nascondiglio. Assaporò il freddo notturno per un attimo, poi ebbe uno spasmo e la sua mente tornò a focalizzarsi sulla preda. Spiegò le ali e s’innalzò nell’oscurità, oltre le nuvole.

Guidava ormai da più di un’ora. Accese una sigaretta ed iniziò a ripetere mentalmente la lista degli indizi che era riuscito ad ottenere durante tutta la giornata. Una manciata d’informazioni, di cui probabilmente solo la metà era utile. Forte del proprio istinto, aveva deciso di lasciar perdere quei rapporti che non facevano altro che confondergli le idee. Avrebbe cercato degli indizi più concreti. Aveva già parlato con le famiglie dei defunti, ricavando ben poche informazioni. L’ultima persona della sua lista era la dottoressa Cooper. Abitava poco fuori città ed era la persona che aveva redatto l’autopsia. Fermò la macchina a pochi passi dalla casa ed osservò il panorama. Il mare era calmo ed il sole vi si tuffava lentamente, lasciando il posto al crepuscolo. Sospirando, si affrettò a bussare alla porta.

Anna ebbe l’impressione di sentirsi perseguitata. Aprì la porta e fece accomodare l’ispettore in cucina, mentre chiamava sua madre.

L’oscurità sopraggiunse rapidamente, e con essa la creatura. Planò fino a raggiungere la casa e si fermò a pochi metri da essa. La sete di sangue era irrefrenabile. Senza badare a quello che la circondava, la creatura mosse il suo pesante corpo fiutando la propria preda. Scaraventò lontano da sé tutto quello che rappresentava un ostacolo, comprese le automobili ed un piccolo gazebo. I rumori all’interno della casa le fecero capire di non essere più nascosta. Non aveva importanza. Distrusse la parete di legno di fronte a sé e scivolò all’interno dell’abitazione. Gli sguardi terrorizzati dei piccoli esseri umani di fronte a lei contribuirono ad aumentare il suo desiderio di distruzione.

L’ispettore Wils cercò di mantenersi il più calmo possibile. Il trambusto lo aveva già messo in guardia ma non si aspettava nulla del genere. La creatura piombò così all’improvviso nella casa che ebbe a stento il tempo di estrarre la pistola e fare fuoco. Non pareva sortire grandi effetti. La dottoressa Cooper era ferita ad un braccio, probabilmente era svenuta. La ragazza era ancora in piedi, il suo volto era completamente terrorizzato. Era immobile davanti alla creatura. Arthur si gettò su di lei salvandola dagli artigli della creatura, che distrussero gran parte della stanza. Non riusciva più a vedere la dottoressa, sotto le macerie. Sapeva di non avere tempo a disposizione. Iniziò a correre verso la città, trascinando la ragazza. Non era abbastanza veloce. Ben presto sentì il fiato dell’essere su di sé. Poi il nulla.

Il giorno correva veloce, la notte prendeva prepotentemente il sopravvento e con essa una miriade di creature deformi echeggiava nell’oscurità. Anna correva disperatamente attraverso un bosco di cui non aveva memoria, sentendo sempre più vicino il suo inseguitore. Aveva il fiato mozzato ed una gamba ferita. Correva a perdifiato, inciampando nelle radici nodose degli alberi e ferendosi più volte. I suoi pensieri erano indirizzati solo al percorso di fronte a sé, consapevole di non poter tornare indietro. Pervasa dalla rabbia e dalla frustrazione, si voltò per affrontare il proprio inseguitore. Una creatura si ergeva alle sue spalle, in attesa. Un’oscurità innaturale la avvolse. Riusciva a scorgere solo gli occhi del mostro. Erano iniettati di sangue, sprizzavano odio. Odio nei suoi confronti. Non ricordava di aver mai visto quell’essere e si chiedeva da dove scaturiva tale odio. Si portò istintivamente una mano al fianco. Sentì qualcosa di freddo al tocco, qualcosa di simile a… una pietra. Estrasse lentamente la pietra dalla tasca. Era nera come l’oscurità che la circondava, pulsava come se fosse viva. La creatura parve aver notato la sua distrazione e ne approfittò. Un sibilo e gli occhi rossi come il sangue furono su di lei. Qualcosa le dilaniò il petto e poi…

Anna aprì gli occhi. La sabbia fredda le faceva da giaciglio. Il sole faceva capolino dal mare sui resti di quella che era la sua casa, ormai distrutta. Si alzò barcollando, estremamente debole. Osservò con occhi vuoti il volo di un gabbiano su quella immensa distesa d’acqua.

Arthur Wils riaprì gli occhi. Un piccolo movimento bastò per ammonirlo. Una gamba e qualche costola rotta. Poteva andare peggio. Si guardò rapidamente intorno, minimizzando gli sforzi. Notò quasi subito la ragazza, sorpreso ma rassicurato nel vederla in piedi. Senza dubbio stava meglio di lui. Non notò immediatamente l’arma da fuoco che stringeva tra le mani. La sua. La consapevolezza gli strappò un’imprecazione ed un movimento troppo brusco per le sue condizioni. La ragazza parve averlo udito. Si girò verso di lui e gli sorrise. Aveva uno sguardo freddo, incorniciato da una chioma nera arruffata che si stagliava sull’orizzonte, contornata dal sole nascente. L’ispettore rimase paralizzato, osservando la mano destra della ragazza che stringeva l’arma. Lentamente. Tentò di muoversi, di parlare nonostante il dolore, mentre la mano si alzava verso la testa della giovane. Lentamente. Riuscì ad emettere un suono disperato, la vista offuscata dal dolore e dalle lacrime. Si sentiva perfettamente impotente. Uno sparo. Calò un lungo, estenuante silenzio.
Arthur Wils riprese conoscenza in un letto del Central Hospital. La testa gli pulsava ed il corpo era in fiamme. Scoprì ben presto di non avere la forza necessaria nemmeno per accendere una sigaretta, ammesso che ne avesse ancora con sé. Probabilmente i medici gliel’avrebbero sequestrate. “Il fumo uccide”, avrebbero detto. Quel pensiero gli riportò in mente la ragazza dai capelli corvini. Anna. Era ancora viva? Rammentò lo sparo. Evitando di versare ulteriori lacrime, come si era proposto di fare dall’ultima volta, chiamò un infermiere chiedendo di parlare con il capitano Grey. Non era in grado di nascondere le proprie emozioni, come scoprì dal tono della sua voce, spezzata.

William Grey era un uomo robusto, non molto alto e con una passione per i sigari. Sembrava il personaggio di un film o di un libro poco riuscito. La sua passione per il fumo lo stava lentamente portando alla pensione anticipata. Da quando divenne il capitano della polizia di quella piccola cittadina, si convinse che non avrebbe mai avuto grandi problemi. Negli ultimi giorni aveva dovuto ricredersi. Disastri navali, animali feroci in periferia… ora una casa distrutta da quelli che potrebbero essere gli effetti di un uragano. E un altro cadavere. Per fortuna almeno Arthur Wils sembrava essersi ripreso. Era consapevole delle sue grandi capacità come detective. Perderlo poteva essere un vero disastro, soprattutto per il suo già vacillante posto di comando. Si pentì quasi subito di quell’eccesso di cinismo e accese uno di quei sigari italiani che aveva acquistato nel suo ultimo viaggio. Non reggevano il confronto con i suoi prediletti sigari cubani ma doveva accontentarsi. Sospirò ed aprì la porta della camera d’ospedale.
"Oh bene! Questo è il modo migliore per uccidermi, William… non osare dar fuoco a quella schifezza finché sei qui", esordì Arthur sorridendo. Impacciato come al solito, il capitano Grey rise mentre cercava di infilare il sigaro inumidito nella sua custodia.
"Come andiamo, vecchio rottame?", disse con la sua voce cavernosa. Arthur cambiò rapidamente espressione.
"Cosa è successo? Come mi avete trovato?"
"Una domanda alla volta… riguardo il cosa è successo, caro mio, speravo di saperne di più da te! A guardare la scena in cui ti abbiamo raccolto, sembrava che avessi deciso di suicidarti gettandoti nel primo uragano che ti è capitato davanti!".  Arthur divenne cupo in volto ripensando agli occhi iniettati di sangue di quella creatura imponente che lo sovrastava. Solo in quel momento fu sfiorato dal pensiero che quella creatura sembrava essere svanita nel nulla, lasciando solo distruzione al suo posto. Non si sentiva ancora pronto a parlarne con il capitano, quindi lasciò che continuasse.
"Sei stato molto fortunato, a sentire i medici. Qualcuno ha cauterizzato le tue ferite. Per quanto sia stata una maniera poco ortodossa di aiutarti, probabilmente ti ha salvato la vita", sorrise. “Questo spiega perché il mio corpo sembra in fiamme. E’ in fiamme”, si costrinse a sorridere di rimando. Ripensò alla dottoressa Cooper. Probabilmente le cure erano opera sua. E sua figlia?
"Abbiamo trovato un cadavere sulla scena". Il capitano attese qualche istante. Arthur sentì un tuffo al cuore, la testa riprese a pulsare senza sosta e gli occhi iniziarono a bruciargli.
"Chi era?", si sforzò di parlare nascondendo invano la sua tristezza.
Il capitano lo guardò attentamente per qualche secondo.
"Una donna di mezza età. Stiamo effettuando dei controlli per risalire alla sua identità. Il corpo era dilaniato e praticamente irriconoscibile. Speravo potessi…"
"E la ragazza?" lo interruppe bruscamente Arthur.
"Quale ragazza?" ribatté il capitano, che odiava essere interrotto.
"Dov’è la mia pistola?"
"Nel suo fodero, come dovrebbe essere sempre!". Il capitano divenne paonazzo a causa della sua ignoranza in quella faccenda. "Vuoi spiegarmi che diavolo è successo lì fuori una volta per tutte, Arthur?". Si alzò dalla sedia imprecando e si diresse verso la finestra, dove accese il suo torturato sigaro. 
Inalando una bella dose dell’aria fetida appestata da quell’arma di morte in miniatura, Arthur Wils raccontò cosa successe, evitando di menzionare la creatura. Attribuì il disastro al crollo delle fondamenta della casa, anche se sapeva di stare artigliando un fragile vetro. Il capitano, fortunatamente, non fece domande troppo dirette sulle piccole incongruenze del suo racconto. Probabilmente lo avrebbe torturato a riguardo in un altro momento.
"E questa ragazza chi sarebbe?" chiese il capitano.
"E’ la figlia della donna di cui avete trovato il corpo. Anna Cooper. Sono sicuro che sia ancora viva".
"Che ci faceva con la tua pistola?"
"Credo sia rimasta sconvolta per quello che è successo… e deve aver pensato che il modo più rapido per porre fine alle sue sofferenze fosse…" e mimò il gesto.
"Capisco. Quindi dobbiamo cercarla, prima che ci riprovi?".
"Non credo ci riproverà… per lei deve essere stato un duro colpo… però non ha avuto il coraggio di portare a termine la propria vita. Dubito che si ritroverà in una situazione tanto tremenda. Però è meglio cercarla. Ha bisogno di aiuto".
"Capisco". William Grey camminava a piccoli passi verso la porta mentre spegneva il sigaro.
"Cerca di riposare, Arthur. Abbiamo bisogno di te in quest’inferno". Uscì salutandolo con un cenno del capo.
Arthur salutò di rimando. La sua testa continuava a pulsare e a vagare su un’infinità di pensieri. Ricordò gli occhi vuoti della ragazza, poi quelli della creatura. Il rumore sordo della pistola che inondava il silenzio del mattino. Il sapore delle proprie lacrime miste alla sabbia. Pensò a queste e a tante altre cose, anche se la sua mente chiedeva altro riposo. Giunsero ad un tacito compromesso, confinando tutti i pensieri nel mondo dei sogni.

martedì 27 aprile 2010

L'Anima della Terra - parte I (Le storie Infinite - parte I e II)

La luna faceva capolino nella stanza della ragazza, inondandola di una flebile luce. Anna era come ipnotizzata dal cielo notturno, scrutava gli astri cercando di ricordarne i nomi. La sua casa era abbastanza distante dalle luci della città da permetterle di dedicarsi alla propria passione senza essere disturbata.
Con una mano si ravvivò i lunghi capelli corvini e richiuse la finestra della propria stanza. Le notti erano sempre più fredde. L’estate giungeva ormai al termine. Non avrebbe più avuto la possibilità di passare delle notti insonni come quella. Probabilmente già l’indomani avrebbe dovuto iniziare a fare i preparativi per il trasferimento imminente. Non era ancora completamente convinta di stare intraprendendo la strada giusta. Continuava a ripetersi che avrebbe iniziato una vita certamente più affascinante di quella che poteva offrirle la piccola città sul mare in cui viveva. Ora che anche gli ultimi turisti erano in fase di partenza, sarebbe tornata ad essere una città noiosa e senza pretese. Era una realtà che Anna non riusciva ad accettare. Probabilmente trasferirsi non sarebbe stata una cattiva idea. Doveva essere così.
Incapace di addormentarsi, decise di passare l’ultima ora di cielo notturno che le rimaneva. Camminò pensierosa e quasi inconsapevole di quanto faceva, uscì di casa e si diresse verso il mare.
La luce della luna illuminava il suo cammino, la sabbia fredda era piacevole. Il fragore delle onde era l’unico suono che riempiva quella notte. Lentamente si diresse verso la scogliera, simile alla punta di una freccia che finiva direttamente in acqua. Era una delle cose che non avrebbe voluto abbandonare. Le onde s’infrangevano a ritmo regolare sugli scogli di fronte a lei. Scelse la roccia più comoda per osservare il cielo notturno e vi si distese. Immersa nei pensieri e nei ricordi legati al suo passato, udì a malapena il suono che proveniva dal mare. Era un suono ritmico, ripetuto, basso al punto di essere completamente sovrastato dal rumore delle onde. Senza distogliere lo sguardo dal cielo, Anna cercò di identificare quel rumore. Poteva trattarsi di un oggetto abbandonato durante il giorno che era rimasto incastrato tra gli scogli durante l’alta marea.
Tuttavia, era troppo distante per essere qualcosa di simile. Il suono proveniva da molto più lontano, in un punto non ben decifrato. Guardò il mare, pensando di scorgere qualche barca in lontananza che potesse generare quel suono, ma vide solo un’immensa distesa d’acqua e nessun segno di umanità. Si sporse il più possibile per guardare lontano, ma nulla attirò la sua attenzione.
Il suono diventava sempre più alto. Impaurita, si incamminò verso casa. Continuava a non vedere nulla intorno a sé.
Il suono cambiò lentamente in una litania, poi qualcosa di molto simile ad un canto. Anna notò il cambiamento quando ormai si sentiva al sicuro nella propria stanza. Non riusciva a capire cosa accadesse, ma il mare le faceva paura. Il cielo limpido le dava sicurezza, ma non se la sentiva di andare a controllare chi o cosa le giocava quel brutto scherzo. Tentò di convincersi che si trattava del vento, ma in cuor suo era consapevole che non si trattava di questo. Il canto divenne sempre più limpido e cristallino, era indubbiamente una voce femminile.
La ragazza guardò dalla finestra, cercando di cogliere l’origine di quel canto. Era ancora impaurita, ma la curiosità era altissima e lei ora si sentiva al sicuro.
Una figura sottile, alta e ricoperta di brandelli neri camminava dondolando verso di lei. Anna era terrorizzata.  La donna si avvicinava molto lentamente. Non sembrava averla notata. Lunghi capelli neri le incorniciavano il volto, appiattiti dal peso dell’acqua marina. Continuava a cantare una melodia malinconica, guardando il cielo sopra di sé a braccia aperte. Si inginocchiò e si accasciò al suolo. Anna era pietrificata. Ci mise un tempo che le parve infinito per riprendersi. Cercò in fretta il suo telefono cellulare e chiamò un’ambulanza. Non attese la risposta. La donna era sparita. Non udiva più nulla.
Probabilmente si era immaginata tutto. La notte a volte gioca brutti scherzi. Il mare era diventato di nuovo calmo ed il sole iniziava ad illuminare un nuovo giorno. Non riusciva a scorgere alcuna traccia della figura che l’aveva fatta impaurire. Le parve di intravedere una stella cadente quando si decise ad andare a dormire. La cosa la faceva sentire più serena. Piccoli rumori di vita quotidiana venivano dalla stanza dei suoi genitori, segno che qualcuno mattiniero si stava svegliando. Sentendosi protetta, lentamente chiuse gli occhi fino ad addormentarsi.

Quando Anna riaprì gli occhi, il sole era già alto nel cielo. La cosa non le piaceva. Avrebbe voluto vivere in una maniera che molti definirebbero “normale”. Inoltre, aveva ancora molte cose da sistemare entro la fine della giornata. Non poté fare a meno, rialzandosi, di guardare attraverso la finestra cui erano legati i ricordi poco rassicuranti della notte precedente. La spiaggia era colma di turisti. Tutti sembravano allegri e spensierati e, a quella visione, Anna si convinse di avere soltanto lavorato di fantasia.
Si guardò intorno constatando il disordine in cui aveva lasciato la stanza la sera prima, facendo una smorfia. Un’occhiata fugace allo specchio le ricordò che aveva bisogno di curare maggiormente il suo aspetto. Si promise di pensarci qualora ne avesse avuto il tempo. Si lavò e si vestì rapidamente. Era da sola in casa, i suoi genitori dovevano essere ancora al lavoro. Aveva un po’ di tempo a disposizione prima che sua madre rincasasse e decise di utilizzarlo per preparare il pranzo e riordinare la propria camera. Il primo dei due compiti non fu difficile quanto il secondo. La stanza era un disastro. C’erano abiti ovunque, le carte per il trasferimento mescolate con le ultime lettere ricevute dalla sua amica d’infanzia ormai lontana e le fotografie scattate l’estate precedente. Le riguardava spesso con un po’ di malinconia.
La porta di casa si aprì improvvisamente. Catherina era tornata a casa. Anna ebbe un momento di sconforto pensando all’arrivo della madre. Aveva ancora tantissime cose da sistemare e sempre meno tempo per farle. Nella speranza di ottenere un minimo di comprensione e magari un piccolo aiuto dalla madre, Anna le andò incontro, sporgendo la testa oltre l’uscio della cucina. Catherina era la donna più bella che avesse mai visto. Nonostante la sua età, era sempre impeccabile in tutto quello che faceva. Oggi sembrava avere molta fretta.
"Va tutto bene, mamma?" chiese a voce bassa.
Catherina trasalì. Anna fece il possibile per evitare di sorridere notando come la madre cercava di continuare ad apparire composta e tranquilla davanti alla figlia quando era evidente che il suo cuore batteva con la velocità di un treno in corsa.
"Va tutto bene, Anna". Sorrise. "Oggi abbiamo avuto molto da fare in clinica. C’è stato un incidente stanotte, sembra che un peschereccio sia affondato non molto lontano da qui".
Fece una breve pausa e aggiunse: "probabilmente dovrò tornare lì nel pomeriggio". Guardò la figlia come se attendesse da lei una risposta.
Anna non riuscì a trattenere una lieve smorfia, ma si costrinse a sorridere e disse: "spero solo che non sia una cosa tanto grave quanto la stai dipingendo".
Catherina sorrise a sua volta e posò una pesante busta sul tavolo.
"Aiutami a mettere a posto la spesa".
Anna annuì.
"Ti sei appena svegliata?" chiese la madre con un pizzico di irritazione nella voce.
La ragazza arrossì e farfugliò qualcosa riguardo al caldo eccessivo.
"Dovresti cercare di regolarti, Anna" puntualizzò lei, e aggiunse: "ti lasci andare troppo facilmente, dovresti essere più…".
"Responsabile?" sbottò la ragazza. Stringeva tra le mani una confezione di cereali che sembrava sul punto di esplodere. Respirò profondamente e finì con un secco "ne abbiamo già parlato". Mise a posto il resto della spesa senza dire una sola parola e tornò di corsa in camera sua.
Era distesa sul letto, lo sguardo fisso sul soffitto, quando Catherina la avvisò che stava per uscire. Ancora furibonda, Anna non rispose alla madre e si limitò a spostare lo sguardo dal soffitto alla finestra. Il cielo era terso e privo di nuvole. Il caldo era moderato e i rumori di onde e turisti giungevano soffocati e lontani. Anna rabbrividì ripensando alla visione della notte passata ed a quella voce così nitida. Non riusciva a ricordare le parole pronunciate da quella donna, ammesso che fosse tale. Ricordava soltanto la melodia, il tono straziante e sensuale allo stesso tempo. La sentì chiaramente nella sua testa, come se quella figura femminile fosse ancora lì, a pochi metri da lei.
Si costrinse ad abbandonare quelle fantasie. Erano solo il frutto della sua immaginazione mista alla paura di qualcosa che non capiva. “Per fortuna”, pensò, “ho ancora ben mezza stanza da risistemare”. Fece un profondo respiro e si mise a sedere sul letto. Asciugò una lacrima che riassumeva la sua incapacità di prendere di petto la vita e si alzò di scatto. Non ripensò più né alla notte precedente né alla solita discussione avuta con la madre.

Le viscere della terra fremevano. Il mondo intero sembrava pulsare. Qualcosa stava cambiando. Dalle tenebre delle profondità marine iniziavano ad emergere suoni che l’umanità non aveva mai avuto modo di ascoltare. Gli strumenti di rilevamento classificavano i suoni anomali come disturbi di poco conto. In fondo, durarono per un tempo troppo breve affinché fosse dato loro una qualche importanza.

Molti dei pazienti della clinica quel giorno erano già stati catalogati come deceduti. Per tutti era giunta la morte cerebrale. I pochi sopravvissuti presentavano ferite molto profonde in più parti del corpo. Era difficile stabilirne la causa. Di recente erano stati avvistati degli squali. Si trattava di gruppi isolati e molto ridotti, ma non era da escludere che fossero stati attirati dall’odore del sangue dei pesci in seguito all’anomalia che aveva causato il rovesciamento del peschereccio. Il quadro completo della situazione non riusciva a convincere i medici. Anche l’ispettore Wils era dello stesso parere. Non era necessario un medico per stabilire la differenza tra il morso di uno squalo e le ferite presentate dai superstiti. Gli agenti della scientifica avevano prelevato scaglie metalliche da alcuni corpi. L’idea di uno scontro a fuoco o tramite armi bianche era molto più plausibile. Nessun arto reciso, nessun tentativo reale di uccidere quei poveri pescatori. Sembrava piuttosto che fossero stati lasciati agonizzanti in mezzo all’oceano nell’attesa di una morte lenta e dolorosa. Dalle indagini preliminari risultava che nessuno di loro aveva nemici in grado di ordire una strage simile.
L’ispettore detestava questa condizione di impotenza. Doveva attendere i risultati dell’autopsia e quelli della scientifica per riuscire a formulare qualche ipotesi.
Detestava attendere.
Decise di fare un sopralluogo al porto, dove era stato portato il peschereccio nell’attesa dei controlli. L’aria era secca ma la temperatura non molto elevata. Arthur Wils detestava il mare. Ancora si chiedeva per quale motivo non si fosse trasferito in una città più grande. In fondo doveva ammettere che una città piccola ha i suoi vantaggi. Queste città sono solitamente molto tranquille. E' difficile sentire di qualche aggressione o rapina, anche se sembrava che la sua quiete era destinata ad interrompersi a breve. Lo aveva dedotto guardando lo stato in cui era ridotto il peschereccio. Inspirò profondamente, ma i suoi polmoni gli ricordarono che lui non era abituato all’aria pulita di quel posto. Due rapidi colpi di tosse secca ed accese una sigaretta. Si sentì sollevato quando il fumo caldo gli bruciò i polmoni. Sapeva di stare solo peggiorando le cose, ma il sollievo che traeva da quel gesto così comune lo rendeva più tranquillo.
Lo scafo dell’imbarcazione era stato letteralmente sventrato, come se il capitano della nave avesse deciso volutamente di infrangersi contro una scogliera. O un iceberg. Il pensiero gli strappò un lieve sorriso. Tutta la situazione aveva del ridicolo. Corpi dilaniati, nessun ferito lieve, una nave completamente distrutta. Non escluse la pista di un attacco terroristico o militare, ma le condizioni dei feriti lasciavano aperta qualunque ipotesi.
Da quanto era riuscito a sapere, il mare durante la notte era stato calmo, nessuna tempesta, uragano o catastrofe naturale che avrebbe potuto giustificare il fatto. Il relitto della nave era stato ritrovato a ridosso di una scogliera poco distante dalla costa, il che poteva confermare le sue deduzioni riguardo al danneggiamento dello scafo. Forse si stava sbagliando e la causa di tutto era un marinaio che aveva alzato un po’ troppo il gomito la notte prima. Questo non avrebbe potuto affermarlo con certezza senza aver ascoltato un testimone. Decise che avrebbe scoperto quale fosse la causa delle ferite dei superstiti prima di trarre conclusioni affrettate. Spense la sigaretta e tornò alla macchina. Ripensò alle prove che aveva riguardo questo caso e arricciò il naso. Sorrise suo malgrado pensando di essere ancora in alto mare.

Il mondo intorno alla creatura continuava a deformarsi e contorcersi. La terra pulsava come se fossero in simbiosi. Qualcosa entrò nel suo campo visivo e lei si costrinse a nascondersi, nonostante il suo istinto le dicesse di comportarsi diversamente. Era ancora troppo debole. Non era abituata ad un simile cambiamento, troppo improvviso e radicale per essere sopportato. Aveva rischiato troppo la notte precedente. Avrebbe dovuto adattarsi prima di esporsi tanto. Non intendeva ripetere nuovamente lo stesso errore. Avrebbe atteso che i tempi fossero maturi e avrebbe portato a termine la sua missione. Sapeva di non avere molto tempo a disposizione. Qualcuno doveva essere già sulle sue tracce. Decise di aspettare ancora qualche ora, il tempo necessario per adattarsi a quel mondo, prima di iniziare la caccia.