Visualizzazione post con etichetta frammenti di memoria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta frammenti di memoria. Mostra tutti i post

domenica 18 aprile 2010

Frammenti di Memoria - Intermezzo

Ridono.
Mi guardano, le loro labbra si increspano leggermente, si assottigliano, disegnano una mezzaluna su volti assenti, un'opera d'arte su tela scadente. 
Ridono. 
Il loro corpo sembra lasciarsi andare ad uno spasmo sommesso, un tremore incontrollato, un preludio di morte.

Vedo anime decadenti, corpi che si sfiorano appena: troppa pudicizia per lasciarsi andare, troppa poca consapevolezza per evitare il contatto. Ridono in un'estasi orgiastica cui non sanno nemmeno di appartenere, figure indistinte che macchiano un mondo perfetto.
Ridono di me, ridono per me, ridono con me. Li guardo e rido a mia volta. Rido della loro ingenuità, del loro squallido sarcasmo. Ridono sempre quando non comprendono, quando la realtà supera la loro immaginazione e credono di essere attori in un teatro. Ridono, perché in fondo sono consapevoli che le sole cose vive altrimenti sarebbero l'angoscia, il dolore e la morte. 
Credono sia un trucco, ad iniziare dal mio volto. Credono sia solamente un'ombra quella sulle mie labbra, un maldestro disegno scarlatto. Credono sia spettacolare, lo definiscono "avant-garde".
Ridono, perché in loro l'orrore suscita divertimento. L'uomo è un animale curioso, riesce sempre a confondere ciò che è reale e ciò che desidera. L'uomo guarda di fronte a sé e vede gioia e felicità nascoste nel dolore e nella sofferenza del prossimo. L'uomo vive di ansia, depressione, morte. L'uomo non conosce il significato dell'amore, è convinto di sapere cosa sia e si lascia andare alla passione, al desiderio. L'uomo si accontenta di comprendere le cose in maniera superficiale, di capirne il senso e lo scopo. Non si interroga sul proprio ruolo, sul perché sia così necessario vivere e morire per un mondo che si dimenticherà di lui, lasciando che il caos gli riempia il cuore e lasci solo dubbi, come erba secca, che attendono lacrime di sangue elargite da un cuore ferito.
Il sangue è vita. Viviamo finché esso scorre nelle nostre vene, finché il suo colore sgargiante non crolla e diviene nero. Mi nutro di sangue, perché mi ricorda cosa significhi per me la vita, ogni volta che lo sento scorrere, schizzare contro il mio palato e lentamente riempirmi la gola, fino a farmi sentire soffocare. Quel calore intenso, avvolgente, che sazia l'anima.
Gli sguardi degli uomini sono vuoti, evidenziano l'oscurità che alberga nei loro cuori. Mi danno vigore, mi fanno desiderare che l'orrore non abbia mai fine, mi fanno gustare il giorno in cui ognuno di loro diverrà solo una maschera, un trofeo con cui gingillarsi. Guardo nel vuoto e vedo quella luce nera, l'odio che si nasconde nei recessi di quei cuori impuri, marci. Posso sentire il fetore del loro sangue, l'olezzo della loro pelle e l'impulso irrefrenabile di porre fine a tanto scempio, di graziare questo mondo ponendo fine alla loro esistenza. 

Lui è lì, tra la folla, come gli avevo detto. Mi guarda impassibile, intensamente. Impara. Guarda cosa lo circonda e cosa sta accadendo, senza dubitare di ciò che lo circonda. Sa che non c'è nulla di prestabilito, nulla per cui valga la pena di fare domande. Solo un bambino ha tanta consapevolezza, tanto desiderio di capire ciò che gli adulti ignorano. Mi guarda e, come sempre, il mio sguardo rimane rapito da quella bellezza, da quella vita fragile e al contempo forte, sfrontata nei confronti della morte. Il suo sguardo accresce la mia stanchezza, il mio desiderio di dormire per l'eternità a venire. Mi rende impotente, priva di sete. La vita è sempre stata e sempre sarà superiore ad ogni cosa, eppure viene donata a creature che non la meritano. La vita è delicata, un dono prezioso, un diamante grezzo. Va raffinata, depurata, tagliata saggiamente e poi può brillare al punto da schernire l'oblio, far tremare l'ade e far inginocchiare la morte stessa, privandola di ogni forza. Le mie braccia tremano, la mia mente vacilla.

Lascio cadere il mio fardello, e la folla giubila fragorosamente.

martedì 26 gennaio 2010

Frammenti di Memoria - Parte IV

"Se oggi morissi, tutto sarebbe più semplice."


La mente di Anna non riuscì a pensare ad altro. Era così ogni volta, appena si svegliava. Il pensiero le lacerò la mente, come carne infilzata da migliaia di aghi. Potè sentire il cuore spaccarsi ad ogni battito, il sangue scorrere acido nelle vene, finché il corpo non si scosse in un unico, feroce spasmo. La nausea le invase le viscere, come succedeva ogni volta, e si costrinse ad aprire gli occhi. La luce artificiale dell'unica lampada, la cui fiamma danzava con l'armonia che solo il vento poteva darle, penetrò nella retina infondendole un calore anomalo, estraneo. Anna richiuse gli occhi. Era troppo. Era già troppo il rendersi conto che la morte non avesse senso. Doversi confrontare anche con il mondo era decisamente superfluo. Avrebbe voluto semplicemente rimanere lì, senza doversi muovere, senza dover riaprire gli occhi.

Ebbe sete. La gola le bruciò come una pira in fiamme. Non riusciva a sopportare neanche quello, una necessità di cui avrebbe volentieri fatto a meno, una caratteristica eccessiva, di cui non aveva bisogno.
Si massaggiò leggermente le tempie con le mani, deglutendo. Questo peggiorò solo il desiderio di bere qualcosa di forte, qualcosa che potesse far crollare il mondo, con i suoi colori e le sue forme assurde. Qualcosa che potesse farla tornare in quel mondo nero e silenzioso in cui si trovava poco prima, qualcosa che facesse esplodere il sole, lasciando il posto alla notte. Cercò intorno a lei, tastando l'aria, finché le sue dita non sentirono il bordo freddo e levigato di una bottiglia vuota. Anna imprecò e cercò di prendere coscienza di sé, lentamente, aspettando che il mondo intorno a lei, ancora una volta, prendesse quella forma così familiare, così odiata.

La prima cosa che fece breccia nella fortezza che era diventata il suo corpo furono i suoni. Erano pesanti, nonostante provenissero da lontano. Venivano dal piano di sotto, dove gli avventori stavano dando fondo alla paga della giornata. Anna si domandò che ora fosse, ma la risposta non le interessava realmente. Dopo i suoni arrivò la luce e con essa i colori. Erano freddi, intrappolati in forme che non riuscivano a contenerne l'essenza, incrinati e corrotti dal tempo. Arrivarono poi gli odori, acri e pungenti, di alcool, sudore, letame, e sangue. La locanda doveva essere piena, probabilmente stavano sgozzando un altro maiale sul retro. La finestra era aperta e fu quasi sicura di sentire gli ultimi spasmi dell'animale morente. Fortunato. Non doveva più condividere quel mondo con lei.

Si mosse. All'inizio il suo corpo le parve pesante, un bagaglio inutile e vuoto. Una sensazione sgradevole, ma durò soltanto per un istante. Il suo corpo era snello ed agile, come sempre. Si mise a sedere. Si guardò pigramente intorno, con una luce di speranza negli occhi. Sperava che il mondo intorno a lei fosse cambiato, anche di poco. Era l'unica cosa che ancora la faceva sentire vagamente viva. Una speranza che si infrangeva ogni volta. Flebile, ormai ridotta ad un'abitudine, non riusciva a separarsene. Non sapeva se esserne felice o meno. Non sapeva nemmeno più cosa volesse significare "essere felice".

Rimase immobile per molto tempo. La luce della luna filtrava attraverso la tenda porpora, donando ai suoi capelli corvini una sfumatura rossastra, lucente. Ciocche di capelli le scendevano morbide lungo le spalle nude, bianche come la neve. La sua pelle riluceva come marmo sullo sfondo ceruleo della parete alle sue spalle. Una mano le copriva gli occhi, ancora esausti per lo sforzo compiuto svegliandosi. Chiunque fosse entrato nella stanza avrebbe pensato di trovarsi di fronte il fantasma di una bellissima donna morta, suicidatasi dopo aver perso ogni cosa. Ad Anna non interessava tutto questo. Le girava la testa, voleva soltanto bere. Si alzò e guardò il pavimento, come per essere sicura di starvi poggiando sopra i piedi e di non stare fluttuando a mezz'aria. Indossava una camicia da notte di lino bianco, smanicata e priva di ricami, a parte tre bottoni aperti all'altezza del petto. Non ricordava se facesse caldo o freddo. Si mosse lentamente, senza far rumore. Prese un vestito pulito, il suo preferito. Era bianco, molto semplice, con una lunga gonna che le sfiorava appena i piedi scalzi. Ultimamente non indossava calzature, non ne sentiva la necessità. Si ravvivò i capelli ed uscì dalla piccola stanza umida, trovandosi immersa nel caos e nel fumo della locanda.

Nessuno badò a lei, tutti erano intenti nello svolgere le loro attività abituali. Anna non li degnò nemmeno di uno sguardo, non aveva mai avuto niente a che fare con quella gente e non voleva iniziare oggi. La locanda aveva una comoda scala che usciva direttamente sul retro, utilizzata per lo più dalle prostitute e dai loro clienti che preferivano rimanere inosservati. La discrezione era importante per l'oste e questo gli consentiva di continuare ad esercitare la professione e di poter servire clienti molto facoltosi. In questo modo, inoltre, nessuno si lamentava mai dello squallore e della sporcizia. Anna evitò con cura quelle che sembravano vistose macchie di vino ed altri liquidi che serpeggiavano fino all'uscita e si ritrovò nel cortile, dove poteva ancora sentire l'odore del sangue degli animali sgozzati. Si allontanò a lunghi passi, non aveva intenzione di rimanere in quel posto più del tempo necessario. Un attimo dopo era in strada, i suoi piedi si poggiarono sulla pietra e lei provò un senso di sollievo.

La pietra fredda e umida le dava un senso di familiarità. La notte era vuota, la città sembrava respirare, affannata come un uomo in punto di morte. Sembrava che la società potesse crollare su se stessa, sprofondare nelle viscere della terra e sparire per sempre. Purtroppo non era così. Il mondo continuava ad esistere e, nonostante sembrasse sull'orlo della distruzione, continuava ad espandersi ed a corrompere ogni cosa, facendo marcire ogni cosa. Gli uomini avevano imparato a sfruttare la natura, ad asservirla, a renderla simile ad una marionetta. Stupidi. Non c'era altro modo per definire delle pedine che si fingevano manipolatrici. Gli uomini erano stati creati dalla terra e non il contrario. Solo la stupidaggine umana poteva ignorare questa semplice verità.

La gola continuava ad ardere. Anna mosse prima un piede, poi l'altro, meccanicamete, verso una meta non definita. Ondeggiava, cambiando direzione come cambiava il vento, sospinta soltanto dall'istinto. Vagò per qualche ora, seguita soltanto dalla luna e dalle stelle, finché non si trovò davanti ad una casa con le luci ancora accese. Anna capì che stavano festeggiando qualcosa. Stralci di dialoghi le fecero capire che si trattava di una nascita. Il cuore le si riempì di una gioia ed una tristezza immense. Una nuova creatura partorita dal grembo di una donna, un miracolo che riusciva sempre a fare breccia nel suo cuore. Soffriva per il destino che attendeva il cucciolo d'uomo, per la sofferenza che il mondo aveva in serbo per lui. La porta era aperta. Entrò, senza pensare ulteriormente. Lasciò che ogni cosa andasse come doveva, in modo che il flusso degli eventi fosse dettato dal solo istinto.

Quando riprese controllo di sé si ritrovò in ginocchio, in una piccola stanza, circondata da un profumo soave. Le pareti erano rosse, Le sue mani accarezzavano ancora il corpo esangue della donna, ancora rannicchiata intorno al fagotto che rinchiudeva il suo dono più prezioso, l'ultimo tentativo di una madre per proteggere il poprio figlio. Anna scostò lentamente le braccia della donna, in modo da scoprire il volto del bambino che piangeva, per perdersi nello sguardo di quella creatura meravigliosa.

Prese il bambino e si rialzò, ripercorrendo la strada che aveva fatto fino all'ingresso della casa, evitando con cura di calpestare i cadaveri dissanguati ai suoi piedi. La sete era finalmente passata. Il sangue dolce e caldo scorreva nel suo corpo, inondandola di una sensazione di benessere. Il suo vestito preferito era immacolato. Anna non ricordava mai cosa succedeva quando si nutriva, ma sembrava che anche in quel momento fosse consapevole di cosa era importante per lei. Per questo motivo decise di tenere il bambino. La bestia che albergava nelle sue spoglie mortali aveva deciso di tenerlo in vita, lo riteneva importante. Anna non riusciva a capacitarsi di questo avvenimento. In passato aveva lasciato dietro di sé solo morte e distruzione, adesso guardava a quella vita appesa a un filo che si trovava tra le sue braccia.

Ritornò alla locanda quando il sole stava ormai per sorgere e sfruttò il potere del suo sangue per ammaliare l'oste ancora una volta, riuscendo a convincerlo che la sua stanza adesso fosse occupata da una madre in fuga dal marito violento, che ovviamente aveva versato il compenso per una settimana in anticipo. La stanza era ancora come l'aveva lasciata, la lampada aveva esaurito l'olio e si era spenta. Anna richiuse la finestra, ripromettendosi di impiantare l'ordine che non fosse mai più aperta nella cameriera che si occupava della pulizia della sua stanza. Aveva sempre sperato che lo facesse durante il giorno, quando il sole poteva purificare il suo corpo e farla inspirare l'ultimo bruciante respiro della sua esistenza, ma probabilmente quella pensava che lei non volesse essere svegliata. Anna sapeva che, durante il sonno, il suo corpo appariva come quello di un cadavere appena deposto in un loculo. Qualsiasi persona dotata di buon senso avrebbe pensato che fosse meglio lasciarla dormire e non disturbarla nemmeno con la luce del sole. Adesso le cose erano diverse, non pensava più a se stessa.

Aveva portato con sé la cesta del bambino, alcuni pezzi di stoffa e un cuscino di piume, e vi depose il piccolo con cura. Aveva smesso di piangere e si era addormentato. Anna provò un brivido nel sentire il suo piccolo cuore che batteva, forte e sicuro. Non sapeva se il bambino avesse già un nome, ma era troppo stanca per pensare a questa cosa. Avrebbe scelto un nome l'indomani notte, se le cose fossero andate come sperava. Posò delicatamente la culla sul letto, accanto a lei, e decise che se quel bambino avesse domato la bestia al suo prossimo risveglio, quando la sete avrebbe di nuovo invaso il suo corpo ed annebbiato la sua mente, lei lo avrebbe accudito come se fosse stato suo figlio. E gli avrebbe detto ogni cosa, svelato ogni segreto. Sarebbe vissuto con la consapevolezza che il mondo aveva partorito un abominio come lei per liberarsi della piaga che lo stava facendo marcire prima del tempo. Avrebbe saputo che c'erano molti altri abomini sulla terra, che lentamente ne stavano riprendendo possesso, e gli avrebbe dato la facoltà di scegliere come gestire la sua vita, senza alcuna forzatura. Sarebbe stato suo figlio. In cuor suo, Anna desiderava che egli fosse anche il suo carnefice.

L'idea l'eccitò al punto che, la notte successiva, Anna riprese i sensi non pensando alla morte che l'aveva abbandonata nuovamente ma alla vita che batteva impetuosa al suo fianco.

lunedì 25 gennaio 2010

Frammenti di Memoria - Parte III

Silenzio. 
Ogni cosa sembra acquistare una volontà propria, quando nessuno parla. Gli oggetti sembrano animarsi, muoversi, parlare tra loro, in una cacofonia che normalmente non si riesce a sentire. Le lampade bisbigliano qualcosa di incomprensibile, frasi che comprendono la conoscenza del mondo che le circonda, di come sono fatte e di come si nutrono, come vivono e come muoiono. Si dicono tutto, quando nessuno parla. Hanno tanto da raccontare, riguardo il modo in cui ogni volta sono costrette a svegliarsi, a lavorare senza sosta, finché la notte non diventa troppo fitta e loro possono trovare riposo. Parlano per passare il tempo, parlano per comunicare le proprie intenzioni, i progetti ed i sogni. Parlano per ingannare il tempo, affinché la noia non prenda il sopravvento. È un flebile ronzio, ma parlano più di noi. 
I rubinetti delle stanze qui a fianco non la smettono mai. Ripetono sempre la stessa cosa, ad intervalli regolari. Scandiscono il tempo a modo loro, lo squarciano e lo affettano nelle dimensioni che preferiscono. In questo modo lasciano che anche tu cada nella loro visione del mondo, fanno sì che il tempo scorra diversamente anche per te, diventano il punto di riferimento del tuo udito, riempiendo per brevi, intensi istanti il silenzio che mi circonda. Sono sicuri di sé, convinti di ciò che affermano, pronti a ripeterli all'infinito, senza cedere. Testardi, boriosi ed ottusi. 


Il silenzio è l'apoteosi della soave sinfonia dell'universo. 


Ogni singola particella avanza il proprio diritto, ogni cosa grida al massimo delle sue possibilità. Gridano di gioia, di dolore, di stanchezza o di fatica. Gridano come facciamo noi, ma lo fanno solo nel silenzio. Gridano al punto da riempire il silenzio, gridano finché possono, finché qualcosa non interrompe il loro idillio. Gridano, non si fermano. Non riesco più a fermarlo, sta diventando assordante. 


Il silenzio è la cacofonica rappresentazione del mondo. 


Le foglie, dalla strada, vogliono far conoscere al mondo la propria condizione, abbandonate al vento, al freddo, al caldo eccessivo. Sono fedeli alla propria posizione, non abbandonerebbero mai il posto in cui si trovano. Vogliono semplicemente parlare, dare gloria a chi le ha create, convincere tutti che, in fondo, si sta meglio quando si è ben piantati al suolo, senza troppe pretese, evitando di intromettersi nelle faccende altrui. Anche loro rimangono delle proprie convinzioni, è praticamente impossibile far cambiare idea a qualcosa che non sia un essere umano. Come le foglie, anche noi spesso ci pavoneggiamo, testardi, proclamando il nostro stile di vita, tentando di convincere a voce alta che è l'unico modo corretto di vivere. Come le foglie, cadiamo inesorabilmente verso la terra. E solo a quel punto ci congiungiamo realmente con essa, comprendiamo la natura delle cose, la verità riguardo questo mondo e l'altro. Ma a quel punto probabilmente è troppo tardi, ormai non è più possibile risalire sull'albero da soli. 


Il silenzio è la presenza del nulla, il vuoto ripieno di colori, luci ed ombre che si mescolano in un dipinto grottesco. 


Il sangue è quello con la voce più sottile e penetrante, in questo quadro. Sta scorrendo, inesorabile, e non accenna a trovare riposo. È lento. Terribilmente lento. Sembra che ogni istante duri un'eternità. La sua voce è cupa, ma rassicurante. Serpeggia attraverso le fessure del terreno, attraverso le foglie morte, l'erba e la Terra stessa. È lucente, vivo. Racconta della sua vita, di come è nato e di come stia morendo. Non è impaurito. Non vede altro che una nuova strada che si apre dinanzi al buio, una lampada accesa che gli indica il cammino da seguire. È calmo, tranquillo, pacato, sereno. Sta passando proprio davanti ai miei occhi in questo momento. Piange, ma allo stesso tempo sorride. È consapevole quanto me che di ciò che sta per accadere. Ma riesce a tranquillizzarmi, con il suo modo di fare. Non ha alcuna fretta di giungere alla fine della sua strada, perché sa benissimo cosa c'è. Non ha fretta, perché sa che potrà finalmente riposare dopo questa fatica. 


Il silenzio è quando l'oscurità è già piena intorno a te, e non te ne accorgi.

sabato 23 gennaio 2010

Frammenti di Memoria - Parte II

Un’ondata di luce e calore la colpì in pieno volto, quasi fosse avvolta tra le fiamme. Un tocco gelido le serrò il polso. Cercò di divincolarsi, ma la presa era salda e lei senza forze. Non riuscì a trattenere le lacrime. Si sentiva impotente. Cercava inutilmente di opporre resistenza. Ironia della sorte, desiderò tornare in quella stanza che le era diventata quasi familiare. Inciampò più volte sulle scale. Le gambe le dolevano. I corridoi di pietra erano vuoti ed immersi nell’oscurità, l’unica fonte di luce era la torcia che l’uomo aveva nell’altra mano. Quando si fermarono, cercò di guardarlo in volto, ma non fece in tempo. Una porta si aprì e lei fu spinta nella stanza con una forza tale da farla cadere. Rimase immobile per un istante, assaporando il calore metallico del suo sangue. Una mano le sfiorò la testa. In uno scatto di rabbia e disperazione, ricorrendo a tutte le forze che le erano rimaste, si spinse in avanti ed afferrò il collo della figura che le era vicina.


Una donna di mezza età, con i capelli arruffati raccolti in un nastro bianco la guardò terrorizzata. Toccava il terreno con la punta dei piedi ed implorava pietà con lo sguardo. Allentò lentamente la presa. La donna riprese fiato e si voltò verso di lei con un sorriso spento. Nell’aria c’era un profumo di lavanda. La stanza in cui si trovava adesso era molto piccola e di forma rettangolare. In un angolo c’era una tinozza piena d’acqua fumante. La donna le prese la mano dolcemente e le indicò la tinozza. Forse si era sbagliata. Quel luogo non le sembrava più tanto orribile. Ma non accettò il modo in cui le cose erano andate. Desiderò affogare tutti i dolori e gli spaventi in quell’acqua, ma, in fondo, se era ridotta in quello stato era proprio a causa di chi l’aveva portata in quel luogo. Con un gesto rapido si liberò dalla donna, che tornò a guardarla con un’espressione compassionevole. Non riusciva a sopportarlo. Fece una smorfia e si diresse verso la porta. Dietro di lei, sentì la donna singhiozzare. Si voltò e la vide in ginocchio dietro di lei. La ragazza le si avvicinò, la prese per mano e, con un sorriso, aprì la porta. Un’ombra che avrebbe definito immensa scivolò rapidamente su di lei. Non riuscì nemmeno a proteggersi.


Riaprì gli occhi all’improvviso, lasciandosi sfuggire un grido. La testa le faceva male. Si sentiva ancora stordita. Adesso si trovava in un letto, con lenzuola pulite e profumate. Con grande sforzo, si costrinse a mettersi seduta. Non aveva più abiti laceri ma una lunga vestaglia bianca. La lunga chioma nera le incorniciava il volto. Tutto le sembrava stranamente innaturale.


Si alzò lentamente dal letto ed esplorò la stanza con gli occhi. Si avvicinò ad una finestra, ma restò delusa nello scoprire che dava su un cortile, non riuscì a stabilire dov’era, complice la fievole luce della luna. In preda alla frustrazione fece a brandelli le lenzuola e il letto stesso, spargendone il contenuto in tutta la stanza. Non era certo il comportamento che si addice ad una donna, ma in quel momento le sembrò l’unica cosa da fare. Pochi minuti dopo, ritrovata la calma, cercò qualcosa di utile nei mobili della stanza.


Trovò solo dei vestiti, tutti simili tra loro. Scoprì che si adattavano perfettamente al suo corpo. Indossò un vestito nero, molto più comodo della vestaglia, e si avvicinò alla porta. Con un po’ di stupore si rese conto che era aperta. Memore dell’ultima esperienza, osservò attentamente il corridoio. Quando si rese conto di essere sola, iniziò a correre a perdifiato. Non sapeva dove stava andando, né se sarebbe riuscita ad uscire da quel posto. Curiosamente pensò alla donna che aveva incontrato in quello che doveva essere un bagno. La testa le pulsava, un dolore lancinante le percorreva tutto il corpo, aveva l’impressione di stare per esplodere da un momento all’altro.


Nella sua corsa trovò delle scale di pietra ed iniziò a scendere, nella speranza che la conducessero all’uscita. Nella fretta rischiò di cadere ed urtò contro la parete. Continuò a correre, iniziando ad ansimare e rallentando l’andatura. Altre scale. Una flebile luce. Si ritrovò in una stanza molto ampia, un lampadario incombeva sulla sua testa, la sua luce illuminava la stanza. Un portone. Appena fuori, il cortile. Le lacrime iniziarono a scorrere nuovamente, ma si costrinse a fermarle. Era giunta alla fine del suo incubo. Sentì un rumore dietro di sé ma si costrinse a non fermarsi. Ormai era fuori. Poteva tornare a casa. Continuò a correre, sentiva il proprio respiro martellare nella testa, la vista che si annebbiava.


Provò un dolore troppo grande. Cadde a terra, riuscendo a malapena a rimanere cosciente. La gamba le doleva. Si voltò e vide una sagoma scura, zanne scintillanti macchiate di rosso. Cercò di combattere con quell’essere, ma non impiegò molto tempo a rendersi conto di non avere più nemmeno la forza di alzare un braccio. “Beh… almeno sei arrivata fin qui, Anna. Non devi avere rimpianti”. Con un sorriso, chiuse gli occhi e l’oscurità piombò su di lei.

giovedì 21 gennaio 2010

Frammenti di Memoria - Parte I

Il tocco freddo della nuda pietra le trasmise una sensazione di panico, la vista era ancora offuscata, una patina attraverso cui la luce della candela sembrava una forma animata indistinta. Cercando di alzarsi in piedi, la giovane donna perse l'equilibrio, scivolando sul pavimento umido. Il sapore metallico del sangue le pervase la bocca.
Voltandosi su un fianco, osservò le mani livide. Con un grido sommesso fece leva sulle braccia e tentò di alzarsi di nuovo. Riuscì nel suo intento, poggiando la schiena madida di sudore contro una parete. Scoprì solo allora che i suoi abiti erano laceri in più punti, c'era sangue ovunque intorno a lei.
Il suo sangue.
Si portò una mano sul volto e ne sentì il calore. Fece una smorfia pensando di avere un aspetto tutt'altro che presentabile in quel momento. Passò la mano tra i capelli, una massa informe e appiccicosa. Ci sarebbero voluti giorni per rimetterli a posto.

La candela consunta brillava nel buio della stanza, di fronte a lei. Cercò di avvicinarsi, ma scoprì di non riuscire a mantenersi in equilibrio senza un sostegno. Una risata forzata le coprì il volto, pensò di non essere mai caduta così in basso. Le gambe le tremavano e la testa pulsava, iniziò a sentire il peso del proprio corpo. Cadde in ginocchio, non riuscendo a sostenere ulteriormente se stessa. Sbuffò per la rabbia e si costrinse a fare qualcosa. Avanzò carponi lungo la stanza fino a raggiungere l'estremità opposta, scivolando più volte sul pavimento freddo. Tentò di alzarsi nuovamente e riuscì ad aggrapparsi a quello che sembrava un tavolo di legno incastrato nel muro di pietra, tenuto insieme da due sottili catene. La candela era poggiata su un piccolo contenitore di ferro, la cera era scivolata fun sulla superficie del tavolo.

Nell'appoggiarsi, la ragazza fece cadere alcuni fogli di carta che ad una prima occhiata sembravano documenti o lettere, ma non riflettè sull'argomento. Afferrò saldamente la candela, il cui calore le parve quasi sovrannaturale, una nicchia di vita all'interno del nulla. Si guardò intorno, facendo affidamento su una vista meno annebbiata, cercando di sfruttare al meglio l'unica fonte di luce di cui disponeva. Gli occhi saettavano cercando di mettere a fuoco l'ambiente, cercando qualche dettaglio che potesse esserle di aiuto. Alcune casse chiuse, il tavolo su cui poggiava per non perdere l'equilibrio e una porta, probabilmente l'unica via di fuga. Servendosi della mano libera per cercare il sostegno di cui aveva bisogno, si avvicinò lentamente alla porta, facendo del proprio meglio per non perdere l'equilibrio. Era di legno ed era serrata, l'unica speranza di fuga si volatilizzò in un sospiro.

Trattenendo a fatica le lacrime, la ragazza si diresse verso le casse poco distanti. Scoprì di riuscire di nuovo a mantenere l'equilibrio, una magra consolazione. Si trovava al centro della stanza quando qualcosa catturò la sua attenzione. Un rumore sordo. E un altro. E un altro ancora. Qualcuno stava scendendo delle scale, probabilmente. E un altro. Quel qualcuno si stava avvicinando. Presa dal panico, la ragazza soffiò sulla flebile fiamma che si spense emanando un filo di fumo. Al buio, non udiva più alcun rumore. Poi un suono secco, la serratura che scattava e la porta che, lentamente, si apriva davanti a lei.