venerdì 9 aprile 2010

Passion

Visto che ormai ci siamo lanciati, direi che è il momento di parlare anche un po' di musica!

Ah già, ormai avrete notato la presenza di Jerc su questo blog. È ancora indaffarato a spostare le sue cose, sta riempendo questo piccolo spazio virtuale con le sue perle di saggezza e un po' di follia che, diciamoci la verità, non guasta mai. Spero solo che non decida di parcheggiare qui anche la sua macchina, altrimenti dovrò imparare a scrivere sulla tastiera con i gomiti!
Tornando a noi, e soprattutto alla fanciulla qui a sinistra, oggi vi parlo di questo gruppo che ho avuto modo di scoprire un po' di tempo fa.

Gli Stream of Passion sono un gruppo messicano dedito al Progressive Rock, vantano una voce angelica e un discreto assortimento musicale. A prima vista, niente di eccezionale. La loro musica è molto rilassante, piacevole da ascoltare. Il loro stile mi ricorda gruppi come i Within TemptationXandria e Slipping Tongue. Probabilmente sono gruppi che non avrete mai nemmeno sentito nominare, ma sono fiducioso del fatto che i più zelanti tra voi si informeranno su di loro.
Tornando agli Stream of Passion, il gruppo nasce nel 2005, debuttando con l'album Embrace of the Storm (la cui copertina è proprio questa foto qui in alto). Nel corso degli anni hanno avuto un discreto successo, che li ha portati, nel 2006, al rilascio del singolo Out in the real world e dell'album live Live in real world; nel 2009 hanno infine pubblicato The flame within, con cui si confermano stabili nella loro musica rilassata e priva di pretese eccessive. Riescono a trasmettere forti emozioni, e questo è tutto ciò che chiediamo alla buona musica.
Ovviamente questo successo non è stato improvviso e subitaneo, anzi la fortuna ha giocato un ruolo molto importante.
Nel 2004, infatti, Arjen Lucassen (nome poco conosciuto ai più, me ne rendo conto) stava preparando un progetto molto interessante, The Human Equation. Niente di nuovo, avevamo già visto qualcosa di molto simile con i Dream Theater e il loro Metropolis pt 2: scenes from a memory. The Human Equation è la storia di un uomo che ha subito un incidente stradale ed è caduto in coma. Durante il sonno le sue emozioni diventano reali e concrete, si mescolano alle persone importanti della sua vita, acquistano una voce e combattono verbalmente tra loro. Un capolavoro, soprattutto considerando di chi sono queste voci. Non vi faccio l'elenco completo (lo trovate comunque leggendo la pagina dell'album su iTunes), al momento ci basta sapere che la voce della moglie del protagonista è di Marcela Bovio, scoperta per caso dallo stesso Lucassen durante il "casting" per il suo album nel progetto Ayreon (vi darò anche un altro nome di cui parlerò la prossima volta: Heater Findlay). Marcela interpreta la moglie del protagonista, Heater è la voce dell'amore.
Personalmente è lì che ho conosciuto Marcela (sembra quasi che stia parlando di una mia amica....), mentre duettava con James LaBrie (il protagonista della torbida storia comatosa) e mi ha colpito la sua voce pulita, limpida, priva di imperfezioni ed impeccabile. Spicca tra le altre più famose che la circondano, sebbene il suo ruolo sia alquanto marginale, riempendo l'aria di un'armonia unica. Nel gruppo a cui fa capo principalmente, gli Stream of Passion di cui volevo parlarvi oggi, è sicuramente lei a dare la direzione alla band, adattando la musica al suo strumento perfetto: la voce. Marcela, non contenta di questo dono, è anche una discreta violinista (gli archi che si sentono in alcune canzoni del gruppo, a volte, sono opera sua) e, giusto perché Madre Natura non si è accontentata di averle dato così poco, è anche attraente.
A questo punto direi che altre parole sarebbero superflue, la musica deve sempre e comunque parlare da sé. Godetevela.
Ah Jerc, una macchinetta del caffè non guasterebbe... se te ne avanza una...

giovedì 8 aprile 2010

Il Profeta


Oooh ecco qua, mensole sistemate, monitor tv montato, xbox collegata, pc a posto, fumetti, film, chitarra, c’è tutto.

Solo Ale dove cazzo sei andato a finire? Bah.

Ad ogni modo, scusate se sono ancora in sistemazione, ma la mia posizione in questo posto non è molto “equilibrata” non so se mi spiego…

Dunque vi dicevo della mia terribile esperienza al cinema di domenica di pasqua, una cosa ancora indimenticabile direi, che però ieri sera con somma gioia e piacere è stata surclassata da una serata cinema completamente diversa.

Cinema/Teatro “Delle Palme”: sempre Napoli, ma decisamente opposta l’impressione.

Nemmeno una decina di persone, sala teatro (devo dire non perfetta per vedere film, ma godibilissima), silenzio quasi totale durante la proiezione e film che molti descriverebbero “di nicchia”:

Il Profeta (Un Prophète)

Jacques Audiard 2009


Che dire, un film bello. Molto bello. Degno dei più grandi registi, che ultimamente sembrano un po’ aver perso la genuinità che invece è propria di questa pellicola; probabilmente uno dei più bei film europei degli ultimi anni.

Un prophete è un film stupendo. Non v'è sbavatura, nessuna caduta di stile, nessun cedimento registico, niente di troppo né troppo poco. Reale quanto deve esserlo. Amorale come è giusto che sia un film che vuole solo rappresentare un'odissea umana senza aggiungere o togliere nulla ad essa.

La storia è quella di Malik, un giovane Arabo che deve scontare sei anni di prigione in un carcere francese, per una motivazione non chiara ma nemmeno utile, poiché in questo cammino l’importante non è né l’inizio né la fine. Imparerà a sue spese Malik, la vita del carcere: chi è da servire e chi è da temere, l’assenza di giustizia, la disumanità delle scelte che si compiono o che si è costretti a compiere.

Un’umanità esaltata all’inverosimile, il cammino di un uomo iniziato con un atroce peccato, che però impara a “sopravvivere” e poi alla fine a prevalere, compiendo le giuste scelte, tacendo o parlando, senza dimenticare mai le colpe sulla sua coscienza e portandole con se, accettandole, legandole alla sua anima che forse alla fine del viaggio è l’unica cosa che è riuscito a non perdere.

Una prova registica magistrale dicevo, un incrocio tra gangster movie e film carcerario riuscito alla perfezione che sarebbe stato bello vedere promosso dal migliore Tarantino, che invece stà li a guardarsi Hostel and co.

Pazienza.

E ce ne vuole tanta visto che ho dovuto fare i chilometri per vedere questa pellicola che guarda senza timore ad uno “Scarface” o ad un “Padrino”, nell’UNICA sala che in Campania lo proietta.

Pazienza.

Pazienza…

mercoledì 7 aprile 2010

Goats

Buonasera a tutti.


Che l’orario lo permetta o meno, buonasera e basta.

Mi presente brevemente: mi chiamo Jerch e, se ve lo steste chiedendo, non sono un’altra personalità dissociata di Ale, no no.

Sono un vero tizio in carne, ossa, ciccia superflua, ricchi premi e cotillons, che Ale fa il gentile piacere di ospitare sull’orlo di questo blog.

Ora, di certo io e Ale abbiamo passioni in comune; di certo ci conosciamo da un po’ (se no mica me lo mettevo in casa n.d.a.) e gli ho proposto qualche giorno fa di produrre qualcosa insieme riguardante i nostri comuni interessi…uhm…no no un momento, non intendevo dire che ci sposiamo, fermi tutti (“pubblico difficile stasera eh?”, “vai vai, non ti far intimorire…”) intendevo che se qualche oggetto contundente non mi butta giù dall’orlo, potrei anche collaborare a lungo termine con questo blog, spero ne siate felici, anche perché è una bella caduta da quassù, ve lo assicuro.

Ma non perdiamo tempo in chiacchiere, dunque, mi sistemo sul mio sgabello di legno monogamba e vi spiego il nome del post:

Goats: Capre.

La sera della domenica di Pasqua; una sera nella quale chi non è impegnato a digerire cerca di trovare qualcosa da fare per combattere la sonnolenza post digestione.

Per quanto mi riguarda io ero ancora alle termopili con la pastiera di mia nonna e non vedevo alcuno spartano all’orizzonte pronto ad aiutarmi brandendo scudo e lancia; semmai un uovo kinder che mi urlava da lontano “vieni Jerch, ragioniamo insieme”.

Io e tre compagni di ventura tra cui la mia ragazza, decidemmo di inoltrarci a nostro rischio e pericolo in una sala cinematografica dell’ex Med Maxicinema (corretto post-commento di Site_L), ora “The Space”, noto cinema dell’entroterra campano (Fuorigrotta). Sapete più o meno tutti cosa succede ad un posto di intrattenimento dove ci si può sedere, quale il cinema, la sera della domenica di pasqua vero? No? Beh, una miriade di giovani indolenti di dubbia intelligenza che cercano di ruttare il meno ( o a volte anche il più) rumorosamente possibile mentre vedono un film che probabilmente potrebbe essere “Full Metal Jacket” oppure “Ponyo” e non notare alcuna differenza.

Ad ogni modo questa settimana è uscito in Italia “I Love You Philip Morris” con l’ignobile titolo “Colpo di Fulmine – Il Genio della Truffa”:







una storia d’amore omosessuale, tratta da una vicenda reale, tra Steven Russell (Jim Carrey) e Philip Morris appunto (Ewan McGregor). I due hanno evidenti difficoltà nella loro relazione per disguidi che non vi vado a spoilerare, ma si amano alla follia; indubbiamente le truffe e le gag ci sono, poiché Carrey che fa di tutto per riabbracciare il suo amante, ma cosa pensate che una storia del genere possa generare in un branco di capre che va al cinema la sera di pasqua? Soprattutto considerando il fatto che questo film viene venduto come una commediola in cui Jim Carrey cade, si fa male, fa facce buffe e fa ridere?

Nella locandina e nel trailer McGregor viene relegato sullo sfondo, come se non esistesse nella trama, della quale invece è parte fondamentale e si dice sia stata censurata, solo in Italia, una scena di sesso tra i due.

Insomma per farla breve, mi siedo sulla poltroncina e vedo la sala riempirsi, ed è lì che comincio a intravedere all’orizzonte cosa sarebbe successo di lì a venti minuti. Il film inizia, comico per tutta la prima parte, la gente ride, io rido, siamo tutti contenti.

Si scopre che Carrey è omosessuale, la gente ride, inizia la disfatta.

Da lì alla fine del film sono solo chiacchiere intorno a me che coprono tutte le battute: “Ma che film è?”, “Ma che schifo, si baciano!”, “Che palle, ma quando finisce?”, “Oh, vedi sto video su yutub’”, il peggior pubblico che abbia mai avuto intorno alla visione di un film. Se Carrey non fa una smorfia, sono solo brontolii, risatine di donnine isteriche e commenti inutili.

Mi pianto sulla sedia facendo finta che intorno a me non ci sia nessuno e guardo il labiale di McGregor quando il tipo a fianco a me urla praticamente “Oh ma dopo ci andiamo a magnà na pizza?”

Pastiera sconfitta, uovo kinder alla mano mi giro:

“Gentili spettatori poco attenti, se non gradite codesto film, vi dispiacerebbe lasciarlo godere a me? Le porte comunque sono aperte, se magari non lo sapeste potete andare via…”

Che in realtà è stato questo:

“Uagliù, le porte sono aperte, se il film vi fa cagare, perché non ve ne andate affanculo fuori, mentre io mi godo i miei sette euro e ottanta di biglietto?”

Silenzio.

Per due minuti buoni.

Poi ci rinuncio, cerco di capire qualcosa in uno dei momenti più belli forse, ma niente.

Da ora in poi, solo allo spettacolo delle quattro e mezza al cinema e se qualche bimbo minchia vuole i pop corn, lo strozzo con un gormito.

Come la mia ragazza mi ha fatto notare poi, se sono capre non puoi biasimarli, si vede che qualcuno li ha indirizzati a questo pascolo.

La Lucky Red precisamente (di solito impeccabile) cerca di giustificare così questa enorme operazione commerciale per far vendere più biglietti possibili (per chi si scoccia di leggere il link, dicono che a loro non sembra che il film possa non piacere, che è bello e che però McGregor è relegato sullo sfondo perché non è un “selling point” come Carrey. Alla fine si arrendono e dicono che lo hanno fatto per soldi praticamente.).

Insomma, il pubblico italiano è ignorante, si merita tutto questo a quanto dicono loro e quindi io devo rovinarmi un film perché l’esca commerciale funzioni.

Amen.

Chiedo scusa ad Ale che sta lì pronto con la scarpa e a voi che leggete se il mio primo post è pieno di frustrazione, ma io amo il cinema e se un film è fatto bene, merita di essere visto, capito, "sentito".

Un film che ti lascia delle emozioni è un film fatto bene, se mi impedite di provare queste emozioni, mi incazzo.

Il film è molto bello comunque, solo un pò lungo (ma non pesante) a discapito di una prova meravigliosa da parte di McGregor e di un ottimo Carrey. C'è da meravigliarsi che sia tutto vero quello raccontato.


Ora, se volete scusarmi, ho da sistemare delle cose e mettere le mensole sull’orlo.


ALEEEEEEEEEE! HAI MICA UN TRAPANO?!